|
|
Il problema monarchico sarà quivi trattato dal punto di vista del cittadino (italiano) attuale e riguarderà soprattutto la situazione morale. Esso ha inizio dal referendum del 1946, che penso sia giocoforza accettare senza intervenire sulla effettiva validità dei suoi risultati.
Anzi, premetto che, personalmente, considero la polemica sul referendum, se portata in sede politica, una battaglia di retroguardia che dovrebbe interessare soltanto la storia e l'etica, avendo ormai i votanti viventi di quella consultazione, oggi età tutti dagli ottant'anni in su, ed essendo soprattutto modificati, in modo profondo, usi e costumi della società civile.
Ma, quali furono le ragioni che indussero i cittadini del tempo a votare "monarchia" piuttosto che "repubblica?
Di certo il senso della continuità nazionale e il ricordo dei meriti storici della Casa al tempo regnante, meriti e sacrifici che erano stati condivisi nel corso di più di un secolo - anche in considerazione delle due grandi guerre - in pari modo dalla popolazione di ogni regione d'Italia.
Però, a parte le motivazioni ideali, ci furono anche motivi pratici molto validi che indussero i cittadini a tale scelta di voto.
Il primo, e forse il più valido, fu quello che, finita la guerra e uscita appena la nazione da uno spietato conflitto civile, votando un Re, gli odi si sarebbero contenuti e, molto probabilmente, in capo a un decennio sarebbero stati dimenticati, proprio in considerazione della esistenza di una Casa Regnante rappresenrata allora da Umberto II e sostenuta ancora da tutte le rappresentanze dello Stato sia civili che militari.
La considerazione generica della necessità di liberare il Paese dall'odio favorì poi il voto alla Democrazia Cristiana del 18 aprile 1948, voto che pose l'Italia definitivamente nel campo Occidentale, anche se le conferenze di Teheran e Yalta ce l'avevano già posta.
E questo fu il motivo del "buonismo" di Togliatti.
Il voto alla parte cattolica, sebbene indiscutibile, non portò, comunque, allo acquetamento dei rancori, proprio a causa del sistema partitico che, con la repubblica, divenne dominante e incontrollato.
Col senno del poi possiamo pensare che i votanti monarchici del 1946 fossero consapevoli di quanto sarebbe stato importante tenere legato a un ideale di "Stato" tutto l'insieme delle proprietà popolari comprendenti primariamente il sistema delle comunicazioni (radio e ferrovie, al tempo), magistratura ed esercito, pubblica sicurezza in genere. Liberi e competitivi, ma non nemici di fatto (e nemmeno per finta) i partiti politici, finalizzati alla buona amministrazione, non al dominio.
La comprensione dell'importanza di tali problemi, pure con l'elasticità necessaria al mutamento dei tempi, connota ancor oggi, penso io, il buon cittadino.
Il fatto che noi, a oltre sessant'anni dalla fine della guerra, siamo rimasti ammalati d'odio, tanto da non essere capaci nemmeno a scrivere un libro divulgativo di storia riguardante quei tempi, proviene, penso, proprio dalle considerazioni testé esposte, ovvero dalla mancanza di un riferimento morale distaccato e credibile.
All'inizio, sembrava che una consapevolezza morale fosse comunque sopravissuta alla catastrofe referendaria, ed emblematicamente possiamo ricordare lo scrittore Giovanni Guareschi.
Si parlava allora di una "maggioranza silenziosa" in possesso di un proprio carisma morale e capace, al momento opportuno, di farsi sentire, avere peso e influire sull'opinione pubblica e quindi sul sistema politico.
Mi si perdoni il paragone certamente astratto: se oggi un tale osservatorio fosse rimasto vivo, forse le stesse cause che hanno provocato il risentimento di Beppe Grillo e la sua protesta del "vaffanculo day", avrebbero ottenuto una sollevazione di spiriti più profonda e durevole che avrebbe anche potuto portare a un interessamento trasversale in campo politico.
*
Le cause della decadenza della monarchia in Italia sono le stesse che hanno riguardato il Paese in generale; sono molteplici e comprendono, non soltanto carenze individuali, ma anche il "deus ex machina" degli avvenimenti nazionali e mondiali.
La prima causa fu certamente la guerra fredda, che attirò sull'Italia, in negativo, l'attenzione delle grandi potenze atomiche le quali, oltre a mettere in pericolo le vite dei cittadini - le loro e le nostre - influenzarono, anche in senso individuale, le decisioni politiche degli aderenti al Partito Comunista Italiano e indussero certamente la CIA a mestare in Italia nell'opposto versante. Cose che poi, messe insieme, recarono le conseguenze delle Brigate Rosse e dell'estremismo nero.
Un'altra causa di decadenza fu il travasamento dell'ideale monarchico in sistemi autonomi di partito, in maggioranza estremisti, cosa che ancor oggi certamente pesa, ha provocato il fuggi-fuggi delle persone pacifiche e intimorito ogni espressione di buona volontà. Tali forze, "monarchiche" hanno spesso sostenuto il contrario di ciò che sarebbe convenuto al Re e che l'opinione pubblica si sarebbe attesa da lui. Ne ha risentito, per prima cosa, la credibilità nella giustizia e nel liberalismo del Re.
L'odio fra il popolo fu poi tenuto vivo da un coacervo, alcune volte anche inconscio, di interessi molteplici rappresentati da massonerie varie che imposero, in sostituzione alla discussione civile, l'anticomunismo di carriera e, perché no, anche una filosofia di carriera fondata, ad esempio, sul dovere di riconoscere, "il migliore filosofo italiano" nel nome di Giovanni Gentile. Ciò detto con tutto il rispetto, in quanto Giovanni Gentile fu un galantuomo che permise, in epoca fascista ed anche in tempo di guerra, la libera circolazione delle idee nell'interno delle università. E certamente la sua esecuzione fu il prodotto di una mentalità meschina, antiumana , che purtroppo rimase viva.
Ma, a parte Gentile, qualsiasi nome "dominante" sarebbe stato male indicato in quanto avrebbe prodotto la negazione della libertà filosofica e avrebbe suscitato, di conseguenza, il sospetto che ne sarebbe poi derivata la perdita della libertà per tutti.
Per concludere, penso che la campagna mediatica derisoria e diffamatoria che ormai da anni sta percotendo con feroce determinazione il ramo Carignano di Casa Savoia, danneggi anche il ramo Aosta.
A mio giudizio Casa Savoia non potrà venire a capo di questa difficile situazione se non ritrovando la posizione spirituale dei primi anni successivi al 1946, per ottenere la quale dovrebbe anche compiere notevoli sacrifici, essendo la risoluzione di questo problema affidata soltanto a lei stessa.
Oggi un referendum fra nonarchici iscritti alle varie organizzazioni otterrebbe un responso insufficiente e sarebbe immediatamente messo in burla da tutto il vasto esercito mediatico nazionale, sia moderato che estremo.
Per il popolo comune - quello che un tempo veniva arruolato nel regio esercito - il Re è una figura non inferiore, come carisma, a quella di un Presidente di Repubblica o a quella di un Papa. Considerazione per cui si deve capire che i media, colpendo Carignano nel suo carisma (che è, si voglia o no, un carisma dinastico), colpiscono anche Casa di Savoia Aosta, la quale può solo illudersi di non condividere (se ingiustamente poco importa), lo stesso discredito.
Il sacrificio indispensabile, che a mio giudizio dovrebbe compiere il ramo Carignano di Casa Savoia - dal quale trarrebbe immenso merito storico - dovrebb' essere quello di ritirarsi, chiaramente e pubblicamente.
La guerra intestina dei Savoia oggi viene giudicata dal popolo non meglio di una zuffa per una poltrona da capoufficio.
Mi addolora scrivere queste cose, ma penso non siano proprio tutte sbagliate.
Enrico Orlandini, webmaster.
Osimo, epifania 2008.