| Mercoledì 30 Aprile, calcolo che circa 400 persone si riuniranno a Lipa, la frazione che si trova vicina al bivio di Rupa, per ripetere la mesta tradizione della Memoria della Strage che si è compiuta in quella zona la domenica del 30 Aprile del 1944, quando i tedeschi alla guida del tenente Arthur Walter bruciarono vive 269 persone. I fatti si svolsero nel modo seguente: A Rupa c'era un presidio fascista di una ventina di persone con il compito di assicurare sicurezza di transito nell'importante bivio tra Trieste, Lubiana e Fiume. Spesso i partigiani disturbano con i cannoni il passaggio dei convogli militari tedeschi e pertanto il presidio di Rupa, che non ci fa una bella figura, si dà da fare per riportare l'ordine e punta la sua vigilanza su Lipa e su Novocracina, un borgo attiguo. Un carabiniere che ha la fidanzata in paese, avverte quelli di Lipa: - "State attenti perché finirete male" - e la voce si diffonde, ma la gente non può farci niente perché i partigiani sono i loro figli ed anch'essi sono d'accordo per la comune giusta causa contro tedeschi e italiani. Intanto i partigiani pensano ad un attacco dimostrativo contro il Presidio fascista di Rupa fissato per la Domenica del 23 Aprile a poi spostato alla domenica del 30 Aprile, vigilia della festa del Primo Maggio, Festa del Lavoratori, con lo scopo di perseguire un evidente successo anche propagandistico. Appena comincia l'attacco e cadono su Rupa le prime granate, il Comandante del Presidio fascista manda un uomo a chiedere rinforzi e questi ferma, per tale scopo, una colonna di tedeschi che procede verso Fiume. La colonna, forse quattro camionette con una trentina di soldati, si ferma per decidere il da farsi e in quel momento cade su di essa una granata che provoca quattro morti. Immediatamente il Comandante tedesco si collega con il suo Comando, che ha sede a Villa del Nevoso (Illirska Bistrica) a 10 Km da Rupa, e quando, dopo qualche ora, arrivano altri rinforzi, si procede alla eliminazione dei partigiani; il paese di Lipa viene circondato e ogni civile che si trova in strada o sui campi viene ammazzato. Uno di questi, Ivan Ivancich, ha la fortuna di essere solo scalfito dalla pallottola ed è ferito all'orecchio; egli si finge morto restando immobile accanto al cadavere della moglie, e si salva così la vita, divenendo uno dei pochi testimoni dell'eccidio, che descrive due giorni dopo a Scalniza, una località vicino Lipa. I militari entrano nelle case e le svuotano degli abitanti, che vengono concentrati in un edificio diroccato all'inizio del paese. Mentre viene dato fuoco alle case, la gente di Lipa attende il suo destino che - secondo un rituale già collaudato nel 1942, quando le nostre Camicie Nere andavano per spedizioni punitive in quel di Karlovac, o di Grobnico, o di Delnize - avrebbe dovuto essere: "villaggio bruciato per rappresaglia e deportazione al confino della popolazione civile". Invece così non fu e sui poveri abitanti di Lipa - certamente dopo averli depredati dei valori che intendevano portare con sé al confino - furono svuotate latte di benzina e dato fuoco per bruciarli vivi, e colpi di mitra per chi tentava di uscire da quell'inferno. Fino a qualche anno fa c'era infatti, nel Museo di Lipa, una gigantografia in cui si vedeva un soldato tedesco, con il suo inconfondibile elmetto, ri-gettare vivo nel fuoco un bambino che miracolosamente aveva tentato di salvarsi. I criminali tedeschi, certamente coadiuvati dai fascisti, tentarono di nascondere l'eccidio facendo brillare della dinamite e coprire così le prove del misfatto, ma i sopravvissuti , grazie al fatto che quel giorno non si trovavano in paese, poterono raccontare l'accaduto. Si calcola che dei 300 abitanti di Lipa solo una trentina di persone rimasero vive e furono i ragazzi che pascolavano il bestiame nei dintorni o i giovani che erano in bosco coi partigiani, o quelle poche persone che, pur essendo domenica, erano ugualmente a Fiume per lavoro. Alcuni cognomi, secondo l'ortografia dell'epoca, sono più ricorrenti fra le 269 vittime: Africh, Bernetich, Calcich, Gabersnik, Iskra, Jaksetich, Juricich, Maglievaz, Puharich, Simcich (la famiglia più numerosa), Slosar, Smaila, Tomsich, Toncich, Toncinich e Valencich. Anton Toncinich era la persona più anziana, aveva 81 anni, mentre le tre bambine Bozilka Iskra, Carla Slosar e Miliza Valencich non avevano ancora compiuto il primo anno della loro vita. La versione da parte italiana del massacro fu resa nel marzo 1945 da un ex allievo ufficiale dell'Accademia della Guardia Nazionale Repubblicana di Modena, amico del tenente della Milizia per la Difesa Territoriale Aurelio P., comandante del Presidio fascista di Rupa, del quale riporto la testimonianza nei termini seguenti: - "Nessun militare italiano partecipò al raid tedesco. Il caposaldo di Rupa era mèta di continue provocazioni da parte dei partigiani, in specie tiri di mortaio da 81 mm. Non era possibile individuare se l'arma fosse piazzata a Lipa, Novocracina o in qualche dolina circostante, ma mai, nonostante le piogge di bombe acciaiose, alcune inesplose, si ebbero reazioni da parte dei militi fascisti. La mattina del 30 Aprile 1944 un' autoblindo tedesca si fermò al quadrivio per rifornirsi di acqua per il radiatore, e fu colpita da una granata che uccise due tedeschi. Subito fu chiesto aiuto, dal carrista superstite, al Comando di Castelnuovo, che inviò una colonna di S.S. al comando del tenente Arthur Walter, che giunse a Rupa nel pomeriggio e "pregò" i soldati italiani di restare in caposaldo a Rupa. La strage fu pertanto opera unicamente delle S.S. tedesche, di cui faceva parte il battaglione 'Triest' di stanza a San Saba, che inquadrava molti ucraini". Secondo la sopracitata fonte "il tenente Aurelio P., comandante del caposaldo di Rupa, fu catturato in seguito dai partigiani a Trieste e impiccato a Rupa, mentre il tenente Arthur Walter il 5 maggio, sempre del 1944, si rese protagonista della distruzione dei paesi di Sejane, Mune Grande, Mune Piccolo e della deportazione della popolazione civile". Le ricerche da me personalmente svolte non hanno però trovato conferma dell'esecuzione del tenente Aurelio P. Agli abitanti di Rupa, infatti, non risulta che tale esecuzione sia realmente avvenuta. Poi, la versione di parte italiana è contraddetta dalla superstite Maria Africh, la quale riuscì a salvarsi grazie all'aiuto di un fascista a lei sconosciuto, che le salvò la vita facendola fuggire in direzione opposta alla morte, quando uscì dalla sua casa situata ai margini del paese. La presenza di quel benefattore in camicia nera prova infatti che anche gli italiani furono della partita, anche se con funzioni di "copertura", e quindi non furono relegati passivamente nel caposaldo, ma è lecito pensare che ben difficilmente essi avrebbero potuto rifiutarsi di collaborare con i tedeschi senza pagare con la vita quella decisione. Chi può dire esattamente come si svolsero i fatti? Mia madre era nativa di Lipa e a Lipa la mia famiglia aveva cugini e parenti; qualche giorno dopo la strage una mia cugina, fortunosamente sopravvissuta al massacro perché il 30 Aprile non si trovava in paese, riparò a Fiume, in casa nostra, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi che cercavano i superstiti della strage, e quivi rimase nascosta per 15 giorni, finché non trovò un altro rifugio più sicuro. Mia cugina aveva allora vent'anni e tra le lacrime ci raccontò tutto ciò che era accaduto, e per tutta la vita ho sentito l'esigenza di approfondire e tentare di chiarire come realmente si svolsero questi terribili fatti. Ho sentito anche altri miei parenti superstiti, tra cui due cugini di Lipa e un secondo cugino di Rupa, che aveva vissuto pericolosamente quei fatti in cantina, a pochi metri dal Presidio fascista e dalla colonna tedesca ferma al bivio. Sono così risalito all'episodio della signora Maria Africh, salvata, com'è noto a tutti gli abitanti della zona, da una camicia nera sconosciuta - e sono riuscito a risalire, sia pure indirettamente, al Comandante del Presidio fascista, che probabilmente cerca di alleggerire e scaricarsi delle sue responsabilità, ma sono convinto che i rapporti tra i fascisti e i partigiani, in quel periodo, erano di normale ostilità, e così quelli tra il Presidio fascista e la popolazione, anche se notoriamente schierata con i partigiani. A mio giudizio non c'era, da parte italiana, l'odio che avrebbe potuto provocare un così efferato eccidio, ed anche l'episodio del carabiniere che aveva la morosa in paese ne è una prova. Per questo motivo, a differenza di quanto è stato fatto dai nostri connazionali a Podhum, vicino a Grobnico, dove si consumò, nel 1942, l'altro gravissimo eccidio che fu interamente italiano - mi sento di affermare, per la verità storica e per la pietosa memoria della innocente popolazione trucidata - che l'eccidio di Lipa dovrebbe essere considerato un crimine esclusivamente tedesco, e non italiano o fascista. Rodolfo Decleva. Su "Rigo Camerano" dal 1° ottobre 2005. Composta nel mese di Aprile 2003 e pubblicata, in diversa versione, nella Rivista "FIUME" n. I - VI. 2003. Società di Studi Fiumani, Roma. Foto del Danish Center for Holocaust and Genocides Studies. Buchenwald: 1945 ____________ Torna a "Spazio Fiume" Torna alla base Torna alla Home page |