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IL GIUDIZIO DEL PRESENTE
Intervista con il prof. Giuseppe Parlato
sul ruolo
della ricerca storica. La relazione
tra fatti e tempi.
Ogni volta che si ragiona sul dramma delle
foibe si riparte da zero, come se nulla fosse stato detto,
come se il tabù non fosse stato rimosso. In effetti, è così,
lunghi anni di silenzio non hanno fatto che ampliare questa
sensazione, e pagine e chiarimenti non bastano a sedare il
senso di vuoto cosmico che accompagna da sempre la vicenda.
Una ingiustizia subita rimane tale sempre
e a nulla serve ridefinirne i contorni, a meno che non lo si
faccia con il distacco dello storico.
Succede però, come in questi giorni, che i
mass media arrivino, prima della scienza, a dare in
pasto al pubblico i fatti, senza i commenti.
Giusto o sbagliato?
Ne parliamo col prof. Giuseppe Parlato,
Preside dell'Università San Pio V, di Roma, storico
responsabile del progetto UI - UPT "Istria attraversi
i secoli".
Il fatto: Panorama, poi il Corriere della
Sera, i commenti si moltiplicano: al centro, il ruolo di Pio
XII, già accusato di avere taciuto sui lager nazisti, che -
si insiste ora - tacque anche sulle stragi di italiani
compiute dai partigiani di Tito, nel '45. Ad indicarlo -
spiegano gli articoli - sono i documenti conservati
nell'Archivio segreto vaticano: si tratta di un fondo, fino
a oggi inedito, che raccoglie testimonianze relative a
questo dramma.
Quindi, una nuova ondata di polemiche
rischia di investire la figura di Pio XII, Eugenio Pacelli,
accusato di essere stato "il Papa di Hitler" per
l'atteggiamento troppo prudente e remissivo che avrebbe
tenuto nei confronti del regime nazista e sulle stragi
perpetrate dai comunisti di Tito nella Venezia Giulia a
partire dal maggio 1945: migliaia di italiani uccisi dall'
Armata di liberazione jugoslava, gettati ancora vivi nelle
foibe (voragini carsiche), imprigionati e condotti nei campi
di concentramento a morire di stenti, oppure costretti
all'arruolamento forzato.
Le vicende sono note, non l'atteggiamento
della Chiesa.
"Noi siamo abituati a considerare la
politica della Chiesa - afferma il prof. Giuseppe Parlato -
in base ai canoni che si sono imposti negli ultimi decenni,
cioè di una Chiesa che interviene visibilmente su tutte le
questioni del mondo, ampliate dai media, con una
preghiera del Pontefice in nome di tutte le vittime.
Questo però è l'atteggiamento della Chiesa
dopo il Concilio, a cominciare da Papa Giovanni XXIII, ma
soprattutto da Paolo VI, che inizia a viaggiare.
Prima del Concilio, però, non era così, la
Chiesa non interveniva direttamente sulle questioni.
Esisteva allora un criterio chiamato della dottrina
sociale cristiana che consisteva nel fatto che il
Pontefice lanciava delle direttive, venivano recepite dai
cattolici a livello di strutture ecclesiali e dagli
intellettuali, che partendo da questi messaggi elaboravano
una dottrina sociale.
Ricordo che la maggior parte delle
allocuzioni di Pio XII, per esempio, nel periodo della
guerra, sono dedicate alle categorie professionali, che
recepivano questo messaggio ed operavano sul sociale"
- Che cosa dovrebbe significare tutto ciò,
nel dibattito sulle foibe? -
"Riteniamo sia grave lacuna, grave
mancanza di Pio XII, di non aver parlato in maniera aperta,
visibile ed esplicita dell' Olocausto e, in altri termini,
delle foibe.
Però, bisogna considerare che la visione
della Chiesa degli anni 'Trenta, e fino ai 'Cinquanta, non
permetteva interventi espliciti, che altrimenti avrebbero
provocato una recrudescenza dei crimini stessi.
Si dice spesso che se il Papa avesse agito
nei confronti del nazismo in maniera evidente, concreta, per
esempio con un anatema pubblico, i cattolici tedeschi ed
anche i protestanti tedeschi avrebbero avuto sicuramente a
soffrirne".
- Perché? Quali i meccanismi che si
sarebbero innescati?
"Hitler avrebbe considerato i cattolici
tedeschi nemici dello Stato con un alleato come il
Pontefice, con il quale già il Führer non andava
d'accordo. Per tanto sarebbero stati oggetto di persecuzione
nella stessa misura degli ebrei, e tutto questo si poteva
dedurre dai tantissimi segni già presenti nella logica
tedesca del nazismo"
- Sono considerazioni già affrontate dalla
storiografia? -
"Senza dubbio, c'è un dibattito in corso.
non sulle foibe, ma sull'olocausto sì, c'è una lunghissima
discussione.
Per citare un esempio, nei tre volumi di Matteo
Napoletano sull'argomento, uno studioso molto importante e
raffinato, su posizioni non propriamente cattoliche, che
insegna all'Università di Urbino, si affrontano osservazioni
di questo genere.
Ma il vero problema dell'analisi storica è
di capire che noi non possiamo valutare episodi diversi,
avvenuti in momenti diversi, con i metri morali ed
intellettuali che abbiamo oggi.
Nel caso specifico delle foibe, certamente
al Pontefice arrivarono notizie da parte dei Vescovi e dei
sacerdoti della zona, perché ne erano chiaramente informati.
Se il Pontefice avesse fatto un'azione
visibile di tutela, di difesa o di denuncia per quello che
stava succedendo, non credo che Tito sarebbe rimasto colpito
dalle frasi del Papa e avrebbe improvvisamente cambiato
indirizzo chiedendo scusa al mondo intero.
E neppure credo che inglesi e americani
posti di fronte a questa denuncia avrebbero improvvisamente
abbandonato il loro neutralismo e avrebbero reagito in forze
per aiutare le popolazioni così colpite dalla tragedia.
Ricordiamoci, per ritornare un attimo all'
Olocausto, che furono soprattutto loro (inglesi e americani)
ad opporsi al passaggio in Israele degli ebrei minacciati
dal nazismo.
Sono certo, perché questo era il modo di
trattare la questione da parte della diplomazia vaticana,
che ci siano state pressioni presso le diplomazie e i
gabinetti dei Ministeri degli esteri dei governi di tutto il
mondo; su questi problemi, sia sull'Olocausto che sulla
vicenda delle foibe, ma non si sono mai tradotti, perché non
si dovevano tradurre, in dichiarazioni pubbliche.
- La causa della beatificazione di
Pio XII ha passato il vaglio della Commissione storica, ed
arriva la polemica. C'é un nesso? -
"Certo, fa notizia".
- Sulla vicenda "foibe" ci sono
stati silenzi anche più lunghi.
"Ah, beh, questo sì. Credo sia una delle
certezze della vicenda, come sappiamo benissimo quali siano
le ragioni di questo silenzio, anche di carattere
internazionale. Ad un certo punto la Jugoslavia lascia l'
Unione Sovietica e diventa un interlocutore privilegiato
del mondo Occidentale.
Chiaramente, sollevare questo problema
avrebbe significato mettere in discussione un faticoso
equilibrio conquistato con il distacco della Jugoslavia dal
patto di Varsavia. Né le diplomazie, né gli intellettuali,
né in questo caso la Chiesa Cattolica ritengono di dover
intervenire, gli uni per inerzia, per strategie di carattere
geopolitico; gli altri, in questo caso il Vaticano, a mio
avviso, di tutela del mondo cattolico comunque esistente,
che è indubbiamente perseguitato.
Ovviamente, tutto questo si fa sulla pelle
degli istriani, fiumani e dalmati".
- Ma ora si aprono gli archivi, e lo
storico ha degli obblighi.
"Per fortuna abbiamo fatto dei passi
avanti a livello di mentalità. Faccio un esempio: la
persecuzione degli ebrei in Italia, nel periodo fascista,
non ha sollevato, né nel mondo fascista, ovviamente, né
tanto meno nel mondo antifascista, grandi e soverchie
preoccupazioni. La nostra sensibilità è molto cambiata in
questi ultimi sessant' anni, e questo penso sia un fatto
positivo per l'acquisizione di elementi nuovi e di
sensibilità diverse.
Ribadisco che l'errore più grosso che si
possa fare ora a livello storico, è quello di usare il metro
di giudizio attuale rispetto a situazioni e problemi che si
riferiscono ad epoche, anche non tanto diverse dalla nostra,
ma connotate da diversi atteggiamenti e parametri di
giudizio.
Questo non vuol dire che non può esistere
un giudizio morale, poiché questo non ha tempo, ma il
giudizio storico è diverso. Deve capire l'episodio,
contestualizzarlo, e farne un riferimento pertinente al
periodo in questione e alle sensibilità e mentalità del
periodo trattato.
Dobbiamo tenere presente quale è stato
l'atteggiamento della Chiesa, direi dal suo sorgere e fino
agli anni del Concilio, e che cosa ha rappresentato la
mutazione di impostazione che la Chiesa si è data dopo il
Concilio Vaticano Secondo - ricordiamoci che Giovanni XXIII
è uscito una sola volta o due dal Vaticano, una delle quali
per andare a Loreto. -
Con Paolo VI la situazione cambia
radicalmente. Egli viaggia come nessun Pontefice prima di
lui aveva immaginato di fare. Non è solo una questione di
comodità di percorsi e di facilità di mezzi di
comunicazione, è anche una trasformazione profonda
dell'ottica pastorale della Chiesa.
Prima non aveva bisogno di viaggiare,
bastava che lanciasse dei messaggi in un mondo che era
comunque cristiano.
I totalitarismi del 'Novecento fanno
cambiare radicalmente questa mentalità, c'è un processo di
scristianizzazione che inizia con la prima guerra mondiale e
si accentua con la seconda, e il Papa deve intervenire in
prima persona ed essere esso stesso messaggio visibile di
una dottrina e di una fede. Ecco perché deve intervenire su
tutte le questioni che il mondo presenta come gravi, a
livello di denuncia, a livello di fede, a livello di
tutela".
- Quando si parla di foibe, spesso
ci si limita ai fatti del '45, dimenticando quanto accadde
nel 1943. Come mai?
"Le foibe, nel '43, furono un fatto
circoscritto, evidenziato subito, ma dai tedeschi, che si
perde inoltre nel mare magnum di una guerra. Quelle
del '45 sono una vicenda che ha suscitato clamore per il
numero di persone colpite, ma anche per la parallela
presenza di un esodo importante, sia dal punto di vista
numerico che sociale.
E' possibile inoltre che nella primissima
fase non fosse chiara una reale consapevolezza del livello
della situazione".
- Purché se ne parli, è stato
ripetuto spesso, anche in questo caso?
"Non sono d'accordo sul purché se ne
parli, ciò riguarda di più la sfera della pubblicità
giornalistica che il discorso di approfondimento storico.
Credo sia importante sapere come siano andate le cose.
Verificare quindi anche a livello di
ricerca storica - un altro settore che bisognerebbe aprire -
e vedere, anche nelle diplomazie internazionali, quale sia
stato l'atteggiamento del Vaticano e quale tipo di
provvedimenti abbia preso.
Molto spesso l'atteggiamento del Vaticano
non parte dalla denuncia pubblica, ma parte dai fatti.
E' vero che non ha fatto alcuna
dichiarazione pubblica in ordine all'Olocausto, ma è anche
vero che ha operato in maniera molto consistente nel
salvataggio degli ebrei romani, per esempio, e questo
succede in molte parti colpite dallo stesso problema.
Bisognerebbe verificare che cosa è stato
fatto in Istria e zone limitrofe. Io credo poco, è una mia
sensazione, ma c'è una spiegazione.
Quella italiana, lungo l'Adriatico
Orientale, è una presenza non identificabile immediatamente
come cattolica.
Il cattolico è il croato.
Nella tradizione culturale, l'Italiano è
il liberale, su questo ci sono molte testimonianze e molte
analisi.
E' quindi probabile che da parte delle
stesse autorità religiose non ci sia stato un atteggiamento
di percezione immediata della gravità della cosa".
Rimane, come dice il prof. Giuseppe
Parlato, il giudizio morale, anche a distanza di tempo, che
non ha valore scientifico e può giustamente essere
individuale e collettivo. Quello sì, dipende dalla
sensibilità del presente, ed è facilmente immaginabile".
Ripreso da "La Voce di Fiume, n. 7, 30
luglio 2006.
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