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SUA SANTITA' SAPEVA E REAGI' CON UNA
DENUNCIA, SECONDO I TEMPI E I CRITERI DEL TEMPO,
SCONGIURANDO ALTRI CRIMINI.
"Come presidente della più antica
associazione di esuli giuliano - dalmati e promotore della
legge n. 92/2004 sul giorno del ricordo delle foibe e
dell'esodo di 350.000 italiani, in gran parte autoctoni, delle
province del confine orientale, sento il dovere di
intervenire nella polemica aperta dal periodico "Panorama"
sull'atteggiamento di Sua Santità Pio XII nei confronti di
questa tragedia che ci riguarda e mi riguarda..."
A far sentire la propria voce è l'On.
Lucio Toth, presidente dell'ANDVG, uno dei rappresentanti
degli esuli maggiormente impegnato nelle istanze riguardanti
il suo popolo. Uomo di cultura e di legge, aperto, convinto
che il futuro della reltà giuliano - dalmata vada consegnato
alle nuove generazioni nel mondo e nelle terre
d'insediamento storico.
La ricerca dell'armonia che ricomponga un
popolo secondo giustizia e dia piena dignità ai diritti
degli esuli, è una delle sue battaglie più dure, che sta
portando a termine da sempre, con estrema coerenza.
E nel momento in cui gli archivi si aprono
e svelano nuovi scenari di una storia sofferta, la sua
parola si fa strada.
- On. Toth, cosa pensa di
valutazioni che indicano ad una Chiesa chiusa e supina,
incapace di grandi gesti di fronte a brutture quali le
foibe?
"Da quanto è a comune conoscenza di noi
esuli, per esperienza diretta e per le ricerche compiute
sulla base della documentazione in nostro possesso, la
Chiesa cattolica fu molto vicina al nostro dramma, sia
nell'immediatezza delle stragi ad opera delle formazioni
comuniste di Tito (dal settembre 1943 alla primavera 1945),
sia nelle operazioni di accoglienza dei profughi nel
territorio italiano liberato.
I nostri vescovi, e precisamente mons.
Doimo Munzani, arcivescovo di Zara e mio concittadino, mons.
Raffaele Radossi, vescovo di Pola e Parenzo, mons. Ugo
Camozzo, vescovo di Fiume, e mons. Antonio Santin, vescovo
di Trieste e Capodistria, si adoperarono a rischio della
vita nei confronti delle autorità tedesche di occupazione
tra il 1943 e il '45, sia nei confronti delle truppe
partigiane jugoslave nelle nostre province, a partire dal 30
aprile 1945".
- I documenti dell'Archivio
Vaticano, come afferma chi li ha presi in visione,
testimoniano che la Chiesa ne fosse informata.
"E' certo, da testimonianze
documentate, che i vescovi fecero pervenire al Vaticano
attraverso i suoi canali riservati, le notizie degli eventi,
chiedendo l'intervento della Santa Sede.
Questo intervento si esercitò in due
direzioni: l'aiuto nella ricerca degli scomparsi nel gulag
jugoslavo, e le proteste diplomatiche presso i comandi
militari e i governi alleati occidentali, i cui servizi
segreti erano perfettamente a conoscenza di quanto stava
accadendo.
Le forme adottate per questa azione di
denuncia ci possono essere rivelate solo dagli archivi
vaticani, inglesi e americani, da poco messi a disposizione
degli studiosi. E' altrettanto vero che a sollevare il velo
su questi tragici fatti, oltre alla stampa italiana,
informata dai profughi stessi, furono, negli Stati Uniti e
in Gran Bretagna, proprio gli ambienti della Chiesa
Cattolica, impressionati dall'alto numero di sacerdoti
italiani tra le vittime, costringendo così i rispettivi
governi alle prime prese di posizione contro i crimini di
Tito a danno degli abitanti della Venezia Giulia".
- Il dibattito sulla consegna del
silenzio è, comunque, ancora in corso, con quali
responsabilità della Chiesa?
"Del silenzio che, nonostante tutto ciò,
cadde su di noi, non mi sembrano responsabili i pastori
della Chiesa cattolica . Una "cortina di ferro" si era
abbattuta su tutta l'Europa centro - orientale. E le nostre
province purtroppo coinvolte in questa nuova ondata di
ingiustizie.
Le scelte politiche dei grandi erano state
adottate a Teheran e a Yalta. E Stalin le interpretò come
meglio credeva, facendosele ratificare nell'incontro di
Postdam. E altrettanto fece Tito, violando ogni precedente
impegno".
- Gli esuli hanno incontrato diversi
Papi nel corso degli anni. Quale l'atteggiamento nei
confronti delle vicende dei difficili anni della guerra e
dell'immediato dopoguerra?
"Una memoria personale mi sembra
illuminante. Nella primavera del 1943 una delegazione di
giovani dell'arcidiocesi di Zara si recò in visita ad
limina.
Alla notizia che venivano da Zara, il Papa
accarezzò una ragazza, Maria Perissi, che poi diventerà
speaker della RAI, posando la mano sul velo che le copriva
il capo, ed esclamando: povera piccola! Che Dio vi
benedica!
La tempesta non si era ancora abbattuta
sulla città, ma il Papa forse sentiva, e sapeva.
Dopo pochi mesi, infatti, cominciarono le
54 incursioni aeree e la città fu rasa al suolo dai
bombardamenti alleati.
E anche allora il Papa fece giungere ai
cittadini di Zara, nel febbraio del 1944, il suo messaggio
di conforto e di solidarietà attraverso Don Giuseppe della
Valentina, che l'Arcivescovo aveva mandato in missione a
Roma, per esporre al Pontefice la situazione della città
sotto occupazione tedesca, ingombra di macerie, devastata
dagli incendi e minacciata dai partigiani jugoslavi".
- Che cosa si aspetta dalla Chiesa,
a questo punto?
"La cosa più grave e più incredibile è che
la Chiesa croata di oggi tende a nascondere ai suoi fedeli
dell'Istria e delle Dalmazia queste verità storiche,
adagiandosi sulla propaganda nazionalista dell'ex regime
comunista. Migliaia di morti dei bombardamenti e delle foibe
giacciono in fosse comuni in angoli dei cimiteri, senza una
lapide che dica chi sono, e soprattutto chi erano gli
abitanti italiani di Zara, di Fiume, di Pola.
Succede anche che le amministrazioni
comunali e conteali croate siano più sensibili di certo
clero.
Ripreso da "La Voce di Fiume, n. 7, 30
luglio 2006.
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