Questa storia risale al 1965, a venti anni esatti dalla fine della seconda guerra mondiale, a pochi mesi da che io, ancora fresco di studi di filosofia e lettere, ero stato assunto dall'editore Ciarracco di Napoli, su raccomandazione di mio padre che gli era amico. Il fatto di essere entrato "chiedendo", non presumeva una riduzione della considerazione su me. Al contrario, ciò era giudicato rassicurante, mentre il mio onesto darmi da fare aggiungeva conferma alla buona considerazione e simpatia che il "principale" mi dimostrava. Salvatore Ciarracco proveniva dall'arte della tipografia, e si era fatto frequentando, ancor prima della guerra, la Regia Università di Napoli, accaparrandosi ordinazioni di testi e dispense a 400 copie pagate, com'era usanza al tempo, ed ancora in quello in cui la nostra storia si svolge. In tale modo era riuscito ad accumulare discreti guadagni e ad ottenere, non senza affanni e difficoltà, licenza di firma editoriale: "Il dispensiere Universitario", titolo che, dopo la guerra cambiò in quello più sbrigativo di "Ciarracco Editore", anche perchè, pure non trascurando i contatti universitari, si era messo a lavorare con edicole e chioschi, ai quali passava romanzi d'amore scritti dalla figlia Sara, che pubblicava sotto pseudonimo. All'epoca il materiale letterario non era ancora "mediato" ed alle edicole non arrivava di tutto, come capita adesso. Nel momento della nostra storia Salvatore Ciarracco era già sulla settantina, capelli appena imbiancati, tuttora folti, e pizzetto curato che, accompagnato da un leggero paio di occhiali da vista, gli conferivano indubbio aspetto intellettuale, che lui però non ostentava. Statura bassa con lieve tendenza all'obesità, da alcuni anni aveva ceduto la propria stanza direttoriale al figlio Annibale e lavorava quasi esclusivamente nell'officina tipografica, ubicata sul pianoterra di un palazzo di via Salvator Rosa, un grande stanzone colmo di macchine che avrebbe potuto anche impressionare un visitatore inesperto. Conteneva, oltre una grossa vecchia piana tipografica, ancora utilizzata, che continuava a dare prestigio al luogo, un paio di compositrici e fonditrici monotype, che l'anziano editore preferiva alle linotype avendo in esse fatto scuola da giovane. Per la stampa, faceva pompa una lussuosa e moderna offset, recentemente acquistata per volontà del figlio, il vero direttore di quell'impresa. Occorre infine considerare che, nei piani di lavoro, l'officina era di fatto slegata dalla Casa Editrice, in quanto accettava commissioni alla giornata, dai manifesti funerari ai biglietti da visita, ed era questo il motivo reale per cui Salvatore aveva deciso di lavorare lì, che non avrebbe avuto altro modo di controllare la produzione senza affidare la direzione a un estraneo. Lavorava insieme a due altri operai, e siccome le cose andavano bene, avrebbe potuto accettare anche qualche braccio in più. Fu pertanto anche per questo motivo che accolse volentieri la visita del sacerdote benefattore padre Giovanni, educatore di traviati, che un mattino venne a proporgli l'assunzione di un giovane raccomandatogli personalmente dal direttore del carcere di Poggioreale. - Ha rubato una autoradio da una automobile aperta, ma non è in libertà vigilata, è libero - disse il prete, e siccome Salvatore Ciarracco rimaneva perplesso, proseguì: - Voi non sapete quale storia si porta dentro costui. - Mi contenterei conoscesse le lettere dell'alfabeto - rispose il tipografo con espressione di dubbio, ma il sacerdote lo rassicurò: - Mangia e dorme in parrocchia e potrete tenerlo sei mesi in prova, senza impegni col fisco... dopo di che, se lo accetterete, lo assumerete a contratto sindacale... perché ci tengo particolarmente che costui si costruisca un avvenire. Salvatore annuì, e interrompendolo con un gesto del braccio, guardando il ragazzo, chiese: - Come ti chiami? Il giovane si chiamava Salvatore Lucigno, lo stesso nome dell'editore; era bruno, di bassa statura, capelli folti ricciuti e corporatura relativamente esile, non troppo sotto i sessanta chili. Il volto mostrava alcune rughe precoci, testimoni di sofferenza trascorsa che facevano comprendere che il sacerdote qualcosa di esatto forse lo andava dicendo. Ne', alla vista, si sarebbe potuto definire un tal uomo, un ragazzo. - Quanti anni hai? - chiese ancora l'editore, e quando il ragazzo rispose - Trentadue - pensò, senza che il volto tradisse il pensiero: - Aff.. ne dimostra cinquanta. Lucigno indossava calzoni azzurri e maglia rossa in cotone leggero, che compensavano un po' il grigiore dello stanzone. Rispose in buon italiano a tutte le domande dell'editore. - Parla buono - sussurrò costui guardando il padre benefattore, il quale a sua volta lo prese a un polso e lo tirò a sé portandolo un poco in disparte, fuor dall'orecchio dei presenti. - Vi sto dicendo la verità - sussurrò - Il ragazzo viene dal Nord, e nell'inverno del 1945, ad appena dodici anni fu deportato nel lager di Buchenwald insieme ai propri genitori, separato dai quali, qualche mese più tardi, nel momento della liberazione si trovò orfano... Non si sa come sia capitato a Napoli, né come poi si sia messo a rubare... scelte di compagnie sbagliate... il ragazzo, evidentemente, non ha più avuto un proprio domicilio, eccetto che case di accoglienza e carceri. Per quella sera Salvatore Lucigno rimase a cena con la famiglia Ciarracco, composta di tre persone, padre vedovo con figlio e figlia, Annibale e Sara, a loro volta celibe e nubile. Lo fecero bere, mangiare e parlare un poco, commuovendosi assai dei mozziconi autobiografici che quel giovane infelice riusciva ad esporre. . Per i prossimi giorni del mese fu comandato a trascurare la monotype e a farsi vedere, al mattino, nell'ufficio della dottoressa Sara, scrittrice, donna ormai di 49 anni, bruna, non brutta, che giovinetta aveva sciupato numerose occasioni di maritarsi, forse per un celato timore dell'altro sesso e degli immaginari dolori del parto. Troppo timorosa nell'intimità in un paio di fidanzamenti falliti, si poteva pensare fosse stata lei stessa la causa della fuga dei propri amanti. Nei venti giorni necessari a finire il mese di maggio, Salvatore Lucigno fu assiduo, ogni mattina, nell'ufficio di Sara, domeniche comprese, intento a raccontare, o meglio a rispondere alle domande, e Sara a scrivere e a commuoversi, e nel pomeriggio, in solitudine, a riordinare gli appunti. Ci fu un accordo sulla ripartizione degli utili: la Casa Editrice nulla avrebbe ricavato oltre il recupero delle spese di produzione, mentre il resto sarebbe stato ripartito in parti uguali fra il testimone e l'autrice; contratto orale convenientissimo, considerando che, nel periodo della propria auge, Sara nulla mai aveva riscosso oltre il 15 %, detratte le spese. Nel concreto, la testimonianza di Salvatore Lucigno era piena di vuoti e rimozioni, e Sara dovette alquanto "riempirla" per farne uscire un racconto sensato fornito di trama logica che piacesse anche a lei. Finalmente, sull'inizio di luglio, il nuovo libro fu pronto: un fascicolo in brochure, con copertina illustrata, intitolato "I racconti di Buchenwald"; compilato in modo che non si capisse se si trattava di un numero unico o dell'inizio di una serie. La morale del testo si giustificava sulla denuncia della cattiveria e ingiustizia del genere umano, compensata dall'intervento della provvidenza rigeneratrice che rimetteva alla fine in moto la ruota della storia del mondo e restituiva felicità all'umanità sofferente. Io stesso portai le copie alle numerose edicole napoletane e viciniori, servendomi di una vecchia Guzzi motocarrozzella, adattata da numerosi anni a contenere le 400 copie che normalmente dovevano essere portate all'Università. Oggi, motocarrozzelle non se ne vedono più, sostituite dai furgoncini triciclo, forse ancora più efficienti in quanto a praticità di carico e scarico. Nella "Ciarracco Editore" io facevo un po' tutto: il consigliere intellettuale, il correttore di bozze, il rappresentante procacciatore di dispense universitarie, lo scaricatore di 25 libretti a chiosco, e di più. Passò l'estate nel modo lento e appiccicoso nel quale scorre nelle grandi città del Sud, ed in ispecie a Napoli, ove il piccolo commercio preponderante regala poca vacanza, nonostante il mare, le cozze a rischio colera ed altre concretezze e apparenze. La vendita de "I racconti di Buchenwald" non aveva dato i risultati sperati e non ci si era affrettati a rinnovare la serie, il cui secondo volume era stato rimesso in stampa appena nel novembre inoltrato. Quell'anno, il 1965, era uno degli ultimi di una città vivibile e divertente, degna del titolo di Capitale del Mediterraneo. Fra poco i grandi nomi della delinquenza organizzata e della speculazione edilizia avrebbero donato al luogo ben altra impronta, ben altro stile di vita. Era un dì di novembre, piovoso di sprofondamenti e pozze a sorpresa da inghiottire mezza automobile, cose possibili ancor oggi a Napoli, ed io me ne stavo nella mia stanza assorto a un lavoro di correzione di bozze, quando entrò, senza bussare, Annibale, il figlio del proprietario, il vero direttore della Casa Editrice, come abbiamo già scritto. - Che stai facendo? - mi chiese in tono brusco, ben cosciente di essere entrato proprio perché sapeva che mi ero accinto a correggere il testo de "I Racconti di Buchenwald 2". Quando glielo dissi finse sorpresa, fiatò ampio come a emettere l'ultimo sospiro del moribondo, prese una sedia, la più lontana possibile dalla mia scrivania, e la trascinò con simulata sofferenza sino ad arrivare di fronte a me. Annibale aveva, al tempo, 44 anni, poco meno di una ventina più di me, e questo solo motivo lo costringeva a trattarmi con poco riguardo. - Smetti subito - vociò mettendosi a sedere - anzi, domani, aspetta che spiova, prendi la motocarrozzella e fa un giro a ritirare le copie rimaste del numero uno. Io feci un cenno d'assenso col capo, senza parlare, e lui proseguì: - A quattro mesi dalla pubblicazione, l'opera non ha recuperato le spese di stampa, e mia sorella non ha capito che degli orrori della guerra, oggi non gliene frege più niente a nessuno. Il racconto di un uomo onesto che soffre e che a esperienza dei propri dolori si ritrova in prigione, causa proprio le insensibilità sociali, rende la società che non ha saputo recuperarlo, ovvero il lettore, correo delle colpe del mondo. E questo non piace. Annibale, che aveva detto volutamente "frege" proprio per dare un tono pulito al suo dire, continuò: - Non voglio atteggiarmi qui a maestro psicologo, nè a professore di lettere o a profondo conoscitore di caratteri... tuttavia sono certo che desiderio di ogni lettore è di sentirsi protetto, disinfettato dalla contaminazione degli avvenimenti della vita che lo circonda. - E allora? - commentai io, che intanto avevo messo da parte le bozze e stavo in assorta attenzione delle parole del capo. - Allora occorre rendere il lettore superiore all'attore, o al personaggio, e per ottenere ciò, non potendo noi innalzare il lettore, che rimane sempre quello che è, dobbiamo abbassare il personaggio. Questo non lo insegno io, ma Aristotele, nel suo discorso sul comico. Fresco di studi della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II, mi ritrovai immediatamente d'accordo. Non capivo soltanto in che modo Annibale Ciarracco volesse procedere per risolvere concretamente la questione, e lo chiesi. - Non sono d'accordo a eliminare del tutto i racconti di Buchenwald - rispose costui - intanto, togliamolo a mia sorella, che già si è disamorata e non farà obiezioni. Continuiamo però a considerarla unica autrice, ma con testo scritto da noi due e con ricavato, detratte le spese di produzione, ripartito in quattro parti uguali....Lucigno compreso, s'intende... Con questa differenza: l'autore è vittima di un grave incidente e in punto di morte si confida con mia sorella e racconta sé stesso, ma lo fa in modo aristotelicamente plausibile, ovvero concedendo al lettore la superiorità del giudice. - Ne faremo un'opera comica? - osai io, ma il principale mi guardò severamente. - No, al contrario... dico, facciamo un esperimento... dopo vedremo... Intanto, mettiamoci al lavoro e prepariamo il primo capitolo... che comporrò io in modo che tu possa orientarti per qualche capitolo successivo... domani non dimenticare di ritirare le vecchie copie dalle edicole. Dette tali parole e ricevuta l'assicurazione di un mio "senz'altro" , Annibale Ciarracco se ne andò lasciandomi perplesso e timoroso al contempo. Trascorso che fu qualche mese, così scrisse Sara Ciarracco per mano del fratello Annibale, ed anche un po' mia: Foto del Danish Center for Holocaust and Genocides Studies. Bambini a Chelmno, nel 1941. FINE DELLA PRIMA PARTE (Seconda parte) B A S E H O M E |