Nietzsche

 

Rigo Camerano

 

 

 

FRIEDRICH  NIETZSCHE

 

Contraddizioni  e  valori

 

                                                                       Una cosa sono io, un’altra i miei scritti.

Ecce homo III, 1.

 

 

I N T R O D U Z I O N E

 

 

 

Questo testo riproduce un manoscritto utilizzato da Enrico Orlandini (Rigo Camerano) per la propria tesi di laurea, riscritto e datato in Taranto nel 1985.

Salvo qualche correzione formale, eseguita dall’Autore stesso, da tale data nessuna aggiunta è stata apportata, né riguardo alle note, né alla bibliografia. Lo studente, o lo studioso interessato ne tengano conto. Dagli anni ‘Ottanta, tuttavia, anche lo interesse per Nietzsche, (al pari di quello per Marx , in preminenza un ventennio fa) è molto diminuito (almeno fuori che in Internet), cosa però che, nella economia intellettuale dell’opera,  conta non molto. Anzi, è forse bene che sia così.

 

In questo tempo nel quale gli studi su Nietzsche si sono sviluppati in tale estensione e profondità, che lo aggiornamento bibliografico del C.N.R.S. di Francia pone l’elenco dei saggi  scritti su lui al secondo posto dopo quelli su Marx e il marxismo, ora che sempre più numerose appaiono traduzioni integrali, esegesi, analisi eseguite da grandi nomi della cultura filosofica e umanistica internazionale, c’è da chiedersi se ancora abbia un senso definire Nietzsche “incomprensibile”. Gli argomenti, i temi, le categorie filosofiche da lui trattate sono state parcellizzate e anatomizzate in profondità da autori dei quali non è possibile mettere in dubbio l’onestà e la validità professionale. Basterebbe citare alcuni nomi: Lowith, Janz, Montinari, Fink, Bataille, Colli, Mann, Jaspers, Lukàcs, Heidegger, Granier, e non importa che alcuni conservino opinioni diverse fra loro, che si ammetta che qualsiasi giudizio si voglia dare oggi su Nietzsche non possa essere che discusso: Nietzsche anticristo, Nietzsche cristiano, Nietzsche materialista, Nietzsche teologo, Nietzsche ateo, Nietzsche nazista, Nietzsche comunista, Nietzsche capitalista, Nietzsche anarchista, Nietzsche sindacalista, Nietzsche guerrafondaio, Nietzsche pacifista, Nietzsche junker, Nietzsche…pompiere…Ciò proviene dal fatto che la derivazione classica e naturalista del pensiero nietzscheano è a volte filtrata attraverso il prisma della doppia personalità dell’autore e del cercatore, e deviata, in tal modo, nelle sue conclusioni. Senza contare poi che, in Nietzsche, vi è realmente “tutto e il contrario di tutto” come ebbe a scrivere Giorgio Colli in un libricino di pregio. Oggi, tuttavia,  chi conosca appena un po’ Nietzsche, sa che dalla sua opera omnia esistono infinite possibilità di trarre dimostrazioni, anche fortemente contrastanti fra loro: nemmeno la collezione Adelphi ha rischiarato molto in tal senso, anche se una interpretazione definitiva la si è potuta realizzare in chiave storica e se l’”enciclopedia” adelphiana ha certo facilitato la comprensione diretta delle derivazioni, grazie al suo testo corretto.

In questo scritto, comunque, non si è cercata la conclusione scettica: dal punto di vista filosofico, Nietzsche è un personaggio non eccezionalmente importante per sé: le discussioni su lui, se non sono finite, si sono certo affievolite di molto. Nietzsche resta, però, un personaggio assai interessante se lo si indaga per il cammino da lui percorso, se lo si studia per tirocinio, soprattutto alla luce della sua propria esperienza naturalistica e della sua ascendenza schopenhauriana.

In breve, risolto l’uomo, resta il suo continente di pensiero, o meglio, il fondo della cultura attraverso la quale il suo universo si è prodotto. Questo fondo è certamente originale e, non solo meritevole di essere investigato, ma certo capace di fecondità. In breve, se la filosofia rivivrà (e se ciò avverrà, sarà  entro la propria connotazione naturalistica, e non certo entro le ideologie), non si potrà fare a meno di tornare sui passi di alcune provenienze nietzscheane, specie su quelle che si riferiscono al suo discorso sulla “volontà di potenza” e sul “Superuomo”, categorie filosofiche ancora da esplorare e da battere, indipendentemente dalle conclusioni, non coerenti, che Nietzsche stesso ne ha tratto.

Il materiale nietzscheano trattato è stato ricavato, per la massima parte, dai testi della collezione “Adelphi” (1), salvo poche citazioni da Montinari, Lou Salomè, Granier e non molti altri. Un contatto informativo è stato tenuto con gli editori de Gruyter e Gallimard, che hanno curato le medesime opere in lingua tedesca e francese.

 

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        CAPITOLO  PRIMO

 

 

Lo  stile  e  il  metodo

 

 

Gli aforismi.

 

Caratteristica principale della scrittura nietzscheana è lo stile aforistico, ovvero la trattazione degli argomenti per paragrafi brevi, la scomposizione dei titoli e degli oggetti meditativi sino a ottenere la loro assimilazione entro la personalità dell'autore che scrive. Questa particolarità permane, negli scritti di Nietzsche, per tutto il tempo esistenziale del suo comporre, o perlomeno dal 1876, dalla prima parte, cioè, di Umano, troppo umano, sino al Nietzsche contra Wagner, l'ultima delle sue opere in prosa del 1888 (2).

Ma già all’inizio della loro produzione a stampa (fine 1871 – inizio 1872) le sue opere sono formate da testi brevi suddivisi in capitoli relativamente numerosi, ed egli deve raccoglierne un certo numero per riuscire a comporne un libro di un numero di pagine commercialmente apprezzabile.

Questo capita, ad esempio, nelle Considerazioni inattuali, che Nietzsche pubblica in più volumi, dal 1873. Lo stile aforistico segue pertanto Nietzsche dai primi scritti della sua giovinezza sino al tempo della catarsi.

Da tutto ciò consegue che, a parte alcune composizioni quali, ad esempio La nascita della tragedia o la Genealogia della morale, e poche altre (3), gli scritti nietzscheani sono poco fedeli all’argomento che si propongono di affrontare, al punto che, a mio avviso, moltissimi testi potrebbero anche scambiarsi i titoli senza disordinarsi.

Il metodo di lavoro del nostro autore è, tutto sommato, assai semplice: nella prospettiva di un tema (che non sempre rispetterà) egli organizza una serie di letture e di studi (nell’epistolario e nei frammenti appaiono spesso elenchi di libri, e di frequente egli ne aspetta casse), elabora il suo materiale, lo riduce entro lo stile prescelto (poiché l’aforisma è un elaborato voluto, una forma d’arte cercata, che costa fatica), lo filtra entro sé, lo metabolizza attraverso la sua cultura e le proprie esperienze di vita, infine lo riproduce in appunti  che stende a tavolino o che riprende dal quadernetto che porta seco durante lunghe passeggiate meditative. In questo modo il carattere della propria scrittura risente molto gli stimoli soggettivi e ambientali che intervengono durante tutto il periodo di lavorazione. Alla formazione dei suoi pensieri e speculazioni concorrono quindi, pesantemente, fattori personali particolarmente aggravati dal tipo di vita che egli conduce: disordinata e libera solo apparentemente, in realtà assai carica di emozioni, dolori fisici, gioie vere o fittizie, frustrazioni, drammi, sofferenze, situazioni di alienazione e di malattia. (4).

Per questo motivo è evidente che un serio studio su Nietzsche non può essere affrontato senza che, parallelamente, si seguano tutte le fasi della sua vita. Di ciò tien conto, del resto, anche la ormai celebre stesura della collezione Adelphi, già diretta dal compianto prof. Giorgio Colli e da Mazzino Montinari, stesura che consente, per le opere ed i frammenti contenuti in ogni volume, l’indispensabile confronto cronologico e biografico, ed ha il corredo di grossi volumi d’epistolario e notizie.

 

L’antinomia della mia esistenza sta in ciò che tutte le cose di cui io, come filosofo radicale, ho più radicalmente bisogno – libertà dalla professione, da moglie e figli, dagli amici, dalla società, dalla patria, dalla terra natìa, dalla fede, libertà quasi dall’amore e dall’odio - le sento come altrettante privazioni, essendo io, per fortuna, un essere vivo e non un mero apparato di astrazioni.

Devo aggiungere che, in ogni caso, mi manca una salute ferma, e che solo nei momenti di salute sento meno gravemente il peso di queste privazioni…

La cosa si complica per il fatto che sono, inoltre, un poeta, com’è giusto, con i bisogni di tutti i poeti, tra cui vanno annoverati la simpatia, una bella casa, gloria e cose del genere (rispetto a tali bisogni non ho, per la mia vita, nessun’altra definizione che esistenza da canile).” (5).

 

Storicamente, anzi, biograficamente, l’esistenza compositiva di Nietzsche può essere suddivisa in tre periodi: il primo è il giovanile, universitario e professorale, che va da poco prima del suo ingresso alla cattedra di filologia classica a Basilea sino al 1879, anno della sua dipartita da quella città e dell’abbandono dell’insegnamento universitario. Il secondo periodo è quello “illuministico”, caratterizzato dalla produzione di Umano, troppo umano; La gaia scienza; Aurora, in genere, dall’ammirazione per Voltaire e per il materialismo di Lange.  Il terzo momento è quello critico  e metafisico, all’interno del quale si alternano le più profonde ombre e le luci più intense: esso inizia con l’ Al di là del bene e del male. E’ questo, di certo, il tempo dello sforzo maggiore, anche se non sempre quello dei risultati migliori.

Ciò però non significa che si possano dare giudizi qualitativamente differenziati sul valore della produzione nietzscheana; dalla lettura dei vari testi, infatti, ci si accorge che non se ne possono trarre fisionomie diverse capaci di consentirci di giustificare una parte migliore ed una peggiore, una completamente accettabile ed una inammissibile. In effetti, se pure ci è consentito parlare di “malattia”, non si può certo parlare di “vecchiaia” del nostro autore. Argomenti da respingere, o da accettare, esaltazioni e momenti di valida riflessione ve ne sono sia nel Nietzsche adolescenziale, sia nel Nietzsche maturo, senza che se ne possa tenere una contabilità, realizzarne un attivo o un passivo.

Lo Zarathustra, poi, fra tutti fa capo a sé, sia per cronologia che per originalità di composizione e pensiero.

Il giudizio sulla qualità delle opere è, pertanto, assai vario, e differenzia molto i vari esegeti, indipendentemente dalla loro provenienza culturale. Walter Kaufmann, ad esempio, considera migliori opere di Nietzsche le ultime quattro, le composizioni, cioè, del 1888: il Crepuscolo degli idoli; lo Ecce homo; l’ Anticristo; il Nietzsche contra Wagner. Tutto ciò è certamente sostenibile nonostante, non dico la generica atmosfera di esaltazione di questi scritti, che potrebbe anche essere ingannevole, ma pure per un certo disordine che li contraddistingue e che potrebbe annoiare il lettore dei nostri giorni.

Altrettanto potrebbe dirsi delle ultime tre parti dello Zarathustra, essendo la quarta, forse, meno pregevole, poiché quivi si spegne la tensione verso il futuro che contraddistingue la precedente fase dell’opera, nonostante l’ultimo capitolo “Il segno” si adoperi a dimostrare il contrario attraverso la simbologia del leone mansueto circondato dalle colombe. Quivi però i problemi cronologici sono un po’ diversi, poiché, come si sa, lo Zarathustra fu scritto in periodi successivi abbastanza distanti fra loro (6).

Tornando, però, all’88, che dire allora dei Ditirambi di Diòniso, i quali, come opera poetica, sono invece abbelliti dal pathos  tragico dell’ultimo periodo della vita del nostro filosofo, e che dire del ripensamento del concetto dell’ “eterno ritorno”, o della scoperta del significato naturalistico della “volontà di potenza” alla cui definitiva consapevolezza l’autore giunse soltanto entro un frammento del 1888, che sarà qui riportato nel secondo capitolo.

Ma, si potrebbe capovolgere allora tutto, come tenta di fare Kaufmann, e mettere il meglio del pensiero di Nietzsche in fondo? Nemmeno questo è lecito, poiché, a parte il resto, un’opera fondamentale della sua produzione come La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1871) sta lì a dimostrare il contrario.

In fondo, l’opera omnia di Nietzsche è troppo raccolta nel tempo (ancor meno di vent’anni) perché se ne possa discernere una parte senile ed una giovanile, perché la si possa storicizzare al punto da farne scaturire “due Nietzsche”, allo stesso modo di come oggi avviene per Marx, del quale è d’uso distinguere (sulla base della fondazione del materialismo storico e del rifiuto d’ogni sorta di metafisica) il “giovane” dei Manoscritti, dall’altro “maturo” del Capitale e dei Grundrisse.

In breve, in Nietzsche la cesura fra costruttivo e distruttivo non sarà mai distinguibile come il bianco dal nero; in lui ciò che conta è che si sappiano distinguere bene le opere dal loro autore, e non si commetta l’errore di seguir questi con spirito gregario.

 

La metafora.

 

Per ciò che riguarda poi la metafora, altra caratteristica dello stile nietzscheano, essa domina tutto lo Zarathustra e, stranamente, compare anche nelle conferenze di Nietzsche, giovanissimo professore universitario a Basilea (“Sull’avvenire delle nostre scuole”).

Della metafora Nietzsche si servì molto per sostenere la sua metafisica, probabilmente perché la composizione allegorica costituisce una forma d’arte capace di penetrare entro qualunque tipo di cultura, sia vulga che culta.

Riguardo allo stile del Così parlò Zarathustra, esso è, a mio avviso, cattivo, considerando l’uso che se ne vuol fare. Se vi si vogliono fondare i valori della metafisica, infatti, il lavoro è perso, poiché avrebbe bisogno di un sostegno dialettico che invece manca; se serve a fare opera di generico proselitismo, oppure se si tratta di un testo di filosofia morale, allora bisogna riconoscere che esso è notevolmente inferiore, come capacità di forza, alle opere fondatrici di religioni che forse si propone per concorrenti, cioè ai Vangeli, alle leggende su Buddha, al Corano, ai testi Veda, etc., per il semplice fatto che in queste ultime, la metafora, presentata quasi sempre in forma di fatto stupefacente, o di parabola, non maschera il discorso, ma, al contrario, serve a spiegarlo. Così, ad esempio, il miracolo dei pani e dei pesci non sostituisce, ma evidenzia e rafforza il discorso della montagna, ne favorisce il ricordo; e così in Buddha, la figurazione del fiorire improvviso della natura alla sua nascita, o quella del prolungato assalto dei demoni durante la meditazione nella foresta di Uruvela, abbelliscono e fermano il contenuto del suo discorso, non lo sostituiscono. Delle grandi religioni non è lecito affermare che siano deboli, che non abbiano capacità di presa sulle coscienze.

Lo Zarathustra, invece, è debole. Al filosofo moralista, infatti, non è consentito esprimersi in modo oscuro, non è permesso di chiudersi entro un “ordine del discorso”, di farsi capire soltanto a un gruppo ristretto. Ciò che è permesso ad Hegel non può essere consentito a Voltaire. Quando un filosofo moralista fa in modo di mettersi alla mercè completa dei propri traduttori teorici, degli “interpretatori”, degli esegeti ufficiali, è finito.  Essi lo intenderanno sempre, anche se in buona fede, secondo il loro interesse vitale.

 

Scrive Nietzsche:

Per il vero poeta la metafora non è una figura retorica, bensì un’immagine sostitutiva che gli si presenta concretamente, in luogo di un concetto  (7).

 

Il guaio è che Nietzsche non fa accompagnare il discorso dalla metafora seguendo un intento esplicativo, ma la introduce nel corpo stesso del discorso seguendo un criterio, per l’appunto, sostitutivo. Il risultato che ne deriva è un appesantimento generale ed una notevole diminuzione di chiarezza.

Non è senza motivo, infatti, che lo Zarathustra  è stato, da sempre, la grande savana, il terreno di pascolo dei grandi mammuth della mistificazione, di coloro che, quando Nietzsche scriveva “il bianco”, hanno sempre trovato il modo di affermare: - Sì, ma egli intendeva “il nero”.

Ad esempio, sebbene Nietzsche abbia sempre apertamente, per tutta la vita, contrastato la istituzione statale, senza mai contraddirsi in questo, Baumler ha potuto sostenere che sì, Nietzsche scriveva così, ma che in realtà intendeva tutto il contrario; così, a commento della esclamazione “Dio è morto”, che conferma ed esprime la fine, in filosofia, del concetto del Dio intellettualmente antropomorfo (Nietzsche aveva letto Feuerbach, e su alcuni suoi libri aveva avuto accenni epistolari con Malwida von Meysenburg), frase esclamata dall’”uomo folle” della Gaia scienza  nel mercato della città chiamata “Mucca pezzata”, Kaufmann ed i teologi americani poterono affermare che Nietzsche, in realtà, intendeva dire “Dio è vivo”: - Siete voi, piuttosto, pessimi cittadini, che vi siete negati a lui (8).

In effetti, è stata spesso una grossa ingenuità il ricercare la conciliazione di Nietzsche col cristianesimo attraverso la sofisticazione della sua teologia, che certamente è pagana, e che è, senza dubbio, scorretto forzare. Tentare, nella esegesi cristiana di Nietzsche, rabberciamenti e ricuciture di questo genere significa soltanto falsificarne senza giustificazione la metafisica. La conciliazione Nietzsche - cristianesimo si può trovare, al di là di ogni sbigottimento di superficie, soltanto a livello di prassi. Nietzsche, infatti, non si esprime soltanto attraverso la sua metafisica, ed anzi questa lo condurrà, come vedremo, alle sue più gravi contraddizioni.

In breve, a parte il confronto coi testi sacri che fondano le religioni ufficiali, lo Zarathustra è inferiore anche alle comuni “utopie”. Infatti, delle opere morali, ad esempio, di Tommaso Moro, o di Campanella, si potrà dire che sono semplici, o anacronistiche, o troppo ingenue, o comunque fuori della  nostra esperienza, però non si può negare che esse consentono a tutti una scelta ed una valutazione immediate. Da questo punto di vista, opere anche celeberrime come l’Apocalisse, il Don Chisciotte o I viaggi di Gulliver sono inferiori, poiché il racconto vi maschera un po’ la sostanza, e se pure il fatto è facilmente accessibile, la spiegazione rimane patrimonio di una ristretta cerchia di persone colte, o presunte tali, e comunque insicura.

E’ chiaro, comunque, che il giudizio etico che qui si dà, nulla ha a che fare con il giudizio letterario, o con quello esegetico, che deve tener conto di altri fattori e che, di conseguenza, può essere anche molto diverso.

Ciò non toglie, tuttavia, che non si debbano riconoscere allo Zarathustra anche dei meriti, oltre quelli letterari in sé: essi provengono, soprattutto, dalla concentrazione dei grandi temi del pensiero nietzscheano. In tutti i modi, per conoscere Nietzsche è vano ricorrere a questo libro; occorre, piuttosto, tenere conto di tutta l’opera sua e del commento di pochi autori i quali, evidenziandone i motivi salienti, possono aiutare il lettore a non disperdersi nel dedalo delle centinaia di argomenti che lui propone (9).

Tuttavia, a chi volesse occuparsi di Nietzsche consiglierei, oltre alla lettura dei commentatori citati in nota, anche la comprensione di alcuni suoi contemporanei quali Spencer (Darwin); Il Dostojewskij delle Memorie di una casa di morti; Taine, del quale Nietzsche condivideva le critiche alla democrazia rappresentativa, ma che nell’Ecce homo ricusò; Lange: e la sua Storia del materialismo che Nietzsche, nel 1866, considerava l’opera più importante apparsa da decenni a quel tempo; e ancora alcuni fra i suoi più celebri colleghi dell’università di Basilea: Burckhardt (10); Bachofen, famoso per i suoi studi sulla genesi del diritto; e Rutimeyer, attraverso il quale, si può dire, Nietzsche entrò nella questione evoluzionista, che al tempo sorgeva e si sviluppava in tutta la sua importanza e drammaticità.

Tra gli antichissimi, i presocratici, compresi gli atomisti, sino a Lucrezio;  e ancora Socrate e Platone, del quale Nietzsche apprezzava il sistema politico. Importanti, però, anche i romani, specie Sallustio, che Nietzsche tradusse a Pforta e dal quale ricavò, si dice, la predilezione per la composizione breve, che trasmise poi ai suoi aforismi; quindi Petronio, apprezzato in età più matura. Meno centrali Aristotele e gli alessandrini, mentre in modo un po’ eterodosso potrebbe consigliarsi anche lo studio del periodo patristico, ma solo al fine di confrontare un periodo storico di caduta – recupero di valori, col nostro, secondo schemi e temi ben cari a Nietzsche; confronto, in altre parole, di grandi ricorsi storici che riguardano esigenze di ecumenicità comuni all’antico e al contemporaneo, provenienti dalla caduta, e dalla necessità di ricomposizione dei valori morali.

Filosoficamente marginale, nonostante le apparenze (sebbene non esistenzialmente), Wagner, mentre per Schopenhauer è stato qui riservato un paragrafo a parte. Quest’ultimo, come vedremo quando giungeremo all’argomento “Stato”, influenzò molto Nietzsche “in negativo”; la sua importanza è, tuttavia, assai grande, non foss’ altro perché dalla Wille schopenhauriana provenne poi la scoperta naturalistica nietzscheana, la Wille zur Macht, una sua modificazione concepita nel pensiero della “volontà di potenza”. Ma anzi, sarebbe forse giusto aggiungere che senza la lettura del Die Welt als Wille und Vorstellung  (“Il mondo come volontà e rappresentazione”) difficilmente si riuscirebbe a comprendere il carattere della filosofia nietzscheana, la sua reale fisionomia, la sua propria collocazione culturale. Importante, tuttavia, in questo senso, anche l’influsso del poeta-filosofo americano Ralph Waldo Emerson, vecchia suggestione di Pforta, dal quale Nietzsche assunse anche il concetto essenziale dell’over soul, ovvero della superiore anima divina che pervade tutte le cose create. Da qui poi, di riflesso, l’interesse a Spinoza.

Per ciò che riguarda il rapporto Nietzsche – Freud, essi seguono strade diverse, sebbene a tratti percorrano le stesse regioni. Le loro ricerche, però, sono fortemente diversificate, sicché, sebbene a volte non sia possibile evitare di accomunarli, a scopo esplicativo, occorre però sempre tenere a mente che fra loro non si conobbero, e che forse è ingiustificato parlare di dirette inferenze fra i due, a meno d’avere particolari interessi biografici, come, ad es. il rapporto avuto da entrambi, in periodi diversi, con la Lou Salomè.

Quanto a Wagner, è probabile che il giudizio di Nietzsche su di lui riguardi, in fondo, anch’esso, più il biografo che il filosofo. Wagner può interessare  per la modificazione del giudizio che Nietzsche emise nei suoi confronti. L’ammirato eroe della rivoluzione del 1848 si trasformò ben presto in un cortigiano devoto a sovrani e potenti  (11), senza i quali, però, non avremmo forse avuto la sua musica.

Il nostro autore, che era lui stesso pianista e compositore dilettante, ammirava molto Schutz, Chopin, Schumann, Bizet, Listz, Haydn, Beethoven, Bach, Mozart, Rossini, alcuni fra questi con qualche ripensamento e contraddizione. Egli affermava di apprezzare, nella musica, la capacità di produrre pensiero, o sentimenti legati al pensiero, più che emozione pura, o peggio, eccitazione: questo, però, nonostante la sua predilezione per la “Carmen”.

Ma, a proposito di musica, si vedano, oltre alle memorie giovanili sue e della sorella Elisabeth, anche Il viandante e la sua ombra, dallo aforisma 155 al 163, nonché il testo Il caso Wagner. Soprattutto Nietzsche, che giovane, nell’incontro di Lipsia del 1868 aveva salutato entro sé Wagner quale il più grande rinnovatore della cultura tedesca (12), di costui criticava le trame, sempre più vuote, e la mitologia, sempre più artificiosa. Tutto ciò traspare, più che dalla lettura dei testi diretti su Wagner (il Richard Wagner a Bayreuth, Il caso Wagner, il Nietzsche contra Wagner) soprattutto dalla corrispondenza del periodo del primo festival bayreuthiano dell’estate 1876.

Riguardo a quel che potrebbe essere un giudizio sul “voltafaccia”, è certo che Nietzsche non avrebbe potuto seguire Wagner sinceramente, senza rinunciare a quella che sentiva essere la propria missione filosofica. Già il suo pamphlet su David Strauss, opera che, in seguito, non gli andò mai troppo a genio, fu composto, si può dire, su commissione di Wagner. Ed anzi, Nietzsche finì con l’attribuirsi la colpa della morte del medesimo Strauss, avvenuta a un solo anno dalla pubblicazione di questo scritto. Vale osservare, a questo proposito, che il celebre scrittore zurighese Gottfried Keller aveva definito Nietzsche un “arci-super-filisteo”, in risposta all’epiteto da Nietzsche stesso indirizzato a Strauss di “duce dei filistei” (cfr. C.P. Janz, opera citata in bibliografia, II., p. 316).

E’ evidente che, posto accanto a un tiranno dello spirito del carattere e della ponderosità di Richard Wagner, Nietzsche doveva scegliere: o rinunciare a brillare di luce propria, o rinunciare all’amico. Wagner, come si sa, apparteneva a quella categoria di uomini che riconoscono accanto a loro soltanto sudditi.

Meno giustificati, tuttavia, sono i suoi risentimenti dell’88, quelli, cioè, espressi ne Il caso Wagner e nel Nietzsche contra  Wagner, opere che, però, tutto sommato, nulla aggiungono e nulla tolgono al Nietzsche filosofo.

Altrettanto poco comprensibile appare la pretesa, sinceramente perseguita, di voler fare del mediocre musicista Peter Gast (nome d’arte da lui inventato per l’amico Heinrich Koselitz) un contradditore artistico di Wagner, un genio nuovo della musica europea.

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CAPO PRIMO:  Lo stile e il metodo. (gli aforismi, la metafora).

 

CAPO SECONDO:  L’affermazione del valore. (la volontà di potenza, il Superuomo).

CAPO TERZO:  La contraddizione metafisica. (l’eterno ritorno dell’uguale),

CAPO QUARTO:  La contraddizione politica. (la concezione dello Stato).

CAPO QUINTO: La ricostruzione della morale.

 

NOTE                   BIBLIOGRAFIA

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