Nietzsche

CAPITOLO  SECONDO

 

L' affermazione del valore

 

 

 

La volontà di potenza

 

La fondamentale risultanza della filosofia nietzscheana, la categoria del "Superuomo", fonda la propria esistenza teorica nella scoperta naturalistica della "volontà di potenza". Se si vorrà quindi giungere alla corretta interpretazione del "Superuomo" (ammesso che una corretta interpretazione poi esista) occorrerà dar prima spiegazione di questa.

Per cominciare, bisognerà spazzare il campo dalla gramigna, ovvero non si dovrà mai confondere la “volontà di potenza” con lo “spirito di potenza”, che è cosa completamente diversa, allo stesso modo di come non si dovrà mai confondere “Superuomo” con “uomo superiore”, o peggio, con “grande uomo”.

Riguardo alla “volontà di potenza”, per comprendere bene cosa Nietzsche ne intenda, occorre rifarsi a tutta la scienza naturale dalla quale, indirettamente, le sue opere trassero.

Nietzsche fu un assiduo lettore di Darwin, Spencer e Lamarck, e di tutti gli evoluzionisti naturalistici e sociali, e sebbene non fosse favorevole a Spencer (il più citato, comunque, dopo Schopenhauer, Goethe e Kant), pure ne scrisse molto e si occupò assiduamente delle sue opere.

In breve, la “volontà di potenza” ha significato naturalistico e psicologico. Essa lega gli uomini alla loro condizione pre-morale, nel senso che ne riconosce la naturalità e, contemporaneamente, costituisce la forza che li sospinge verso il futuro.

Nell’opera nietzscheana il concetto di “volontà di potenza” proviene, probabilmente, da una interpolazione involontaria fra la Wille schopenhauriana e la teoria lamarcko-darwiniana della evoluzione biologica. Sia chiaro, comunque, che, con precisione, non è né l’una né l’altra, e nemmeno la somma delle due; è certamente un prodotto originale, un’idea che Nietzsche sviluppò lentamente e che fu portata a compimento logico soltanto nello Zarathustra nel quale appare, (o perlomeno lo dovrebbe) come l’humus, il sostrato esistenziale del “Superuomo” (13).

 

L'uomo è qualcosa che deve essere superato (Zarathustra, parte quarta, L'uomo più brutto), e la forza che ne consente il superamento è, appunto, la "volontà di potenza".

 

Anticipazioni di questo concetto se ne hanno nell’Agone omerico (potenza intesa come contrasto) e in Umano, troppo umano I, 88, ove Nietzsche afferma, ad esempio, di non credere nella sincerità dei morenti, ritenendo che in essi agisca ancora la vanità.

Spesso Nietzsche tratta parametri solo apparentemente simili alla “volontà di potenza”, ma in realtà assai diversi nel loro significato concreto, come la “voluttà di potenza”, il “sentimento di potenza”, la “potenza”, etc. E’ da ritenere che appena in La gaia scienza egli ne tragga una definizione indiretta già abbozzata criticamente. Quivi la “volontà di potenza” è intesa come la naturale tendenza delle specie alla espansione (allo sviluppo psicofisico) ed è distinta dall’autoconservazione.

 

Voler conservare sé stessi è l’espressione di uno stato estremamente penoso, di una limitazione del caratteristico istinto basilare della vita che tende a una “espansione di potenza”, e abbastanza spesso pone in questione e sacrifica in questo suo volere l’autoconservazione…Il fatto che le nostre moderne scienze naturali si siano impigliate a tal punto nel dogma spinoziano (com'è accaduto anche ultimamente, e nel modo più grossolano, al darwinismo, con la sua teoria inconcepibilmente unilaterale della "lotta per l'esistenza"), dipende probabilmente dalla origine della maggior parte dei naturalisti: sotto questo riguardo essi appartengono al popolo; i loro predecessori erano gente povera e meschina, e conoscevano anche troppo da vicino le difficoltà del tirare avanti.

…La lotta per la vita è soltanto un’eccezione, una provvisoria restrizione della “volontà della vita”; la grande e la piccola lotta ruota ovunque intorno al prevalere, al crescere ed all’espandersi, attorno alla potenza, conformemente  alla “volontà di potenza”, che è appunto la “volontà della vita” (14).

 

Si noti che questo importante passo nietzscheano, che pone una differenza fra il concetto di sviluppo naturalistico (che porta con sé il manifestarsi della “volontà di potenza”) e il darwinismo biologico e sociale, inteso come necessità di lotta per l’esistenza (che invece è visto in tutto il suo aspetto negativo) ha notevole rilevanza politica, specie in riferimento al groviglio Nietzsche – fascismo, problema che, comunque, sarà trattato fra poco.

Nietzsche distingue dunque fra “lotta per la vita”, concetto darwiniano, e “volontà della vita”, concetto schopenhauriano. Nello Zarathustra egli perviene a una definizione morale della “volontà di potenza”, attraverso l’imperativo: Amate pure il vostro prossimo come voi stessi, ma siate prima di tutto di quelli che amano sé stessi (15).

La frase non è ambigua se al verbo "amare" si sostituisce, in sinonimo, quello "costruire".

Nell’ Al di là del bene e del male (16) Nietzsche giunge ad una ulteriore giustificazione del concetto in esame affermando che fame e libidine non sono gli unici motori principali (primordiali) delle attività umane. E’ evidente che, per lui, il movente principale è la “volontà di vita”, un qualcosa che sta, contemporaneamente, nei sensi e al di là dei sensi, la forza naturale che sostiene la forma umana ed impedisce costantemente all’uomo di autodistruggersi, consentendogli, all’occasione, di superare la resistenza ambientale.

In due importanti frammenti del 1884 Nietzsche fa trasparire una derivazione naturalistica della “volontà di potenza”. Egli annota alcuni titoli da sviluppare, i quali evidenziano il rapporto tra “volontà di potenza” e i tratti più precisamente naturali dell’essere umano:

 

La volontà di potenza nelle funzioni dell'organico. Piacere e dispiacere e il loro rapporto verso la volontà di potenza. Il preteso altruismo e la volontà di potenza, l'amore materno, ad esempio, e l'amore sessuale.

Lo sviluppo dei sentimenti dal sentimento di base.

Non libertà e libertà della volontà.

Punizione e ricompensa (il tipo più forte, in quanto superiore, si distacca e attrae a sé).

Dovere e diritto…

Ricondurre la generazione alla volontà di potenza (questa, dunque, dev’essere presente anche nella materia organica assimilata!): la scissione del protoplasma, nel caso che si sviluppi una forma nella quale il centro di gravità è ugualmente suddiviso in due punti. Da ogni punto si sviluppa una forza di contrazione e di collegamento: e allora la massa intermedia si spezza. Dunque: l’uguaglianza dei rapporti di forza è l’origine della generazione. Forse ogni sviluppo ulteriore è legato a queste nascenti equivalenze di potenza. (17).

 

Come si vede, a sviluppare convenientemente i titoli nietzscheani contenuti in questo frammento potrebbe uscirne un nuovo manuale di psicologia (18).

La “volontà di potenza”, in breve, è ciò che sostiene la vita. Tradotta in termini psicologici essa conduce al nostro sviluppo psichico, ma, a causa dei rapporti ambientali, può condurre anche a forme di malattia. In questo caso, però, non sarà più definita “volontà di potenza”, bensì “sentimento di potenza”, “gusto”, “voluttà della potenza”, etc. tutto ciò che, in pratica, può condurre ai rapporti patologici di convivenza, sino alle manifestazioni delinquenziali.

Nell’Anticristo, Nietzsche pose ancora il concetto in forma morale:

 

Che cosa è buono? Tutto ciò che eleva il senso della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa dell’uomo.

Che cosa è cattivo? Tutto ciò che ha origine dalla debolezza.

Che cosa è la felicità? Sentire che la potenza sta crescendo, che una resistenza viene superata (19).

 

Ancora nei frammenti del vol. VIII, 2 della collezione Adelphi, intitolato appunto alla “volontà di potenza” (234) 10 (118) Nietzsche ribadisce il concetto secondo il quale la “volontà di potenza” è un qualcosa capace di appropriarsi delle difficoltà e trasformarle in forza.

Nei frammenti della primavera 1888 (14, 101) Nietzsche lega la “volontà di potenza” alla conoscenza, dando anche questo frammento essenziale:

 

14 (79) Volontà di potenza. Filosofia.

Quanti di potenza. Critica del meccanicismo.

Sbarazziamoci qui dei due concetti popolari della “necessità” e della “legge”; il primo introduce nel mondo una falsa costrizione; il secondo una falsa libertà.

Le “cose” non si comportano con regolarità, non secondo una “regola”; non ci sono cose (si tratta di una nostra finzione); altrettanto poco si conformano a una costrizione di necessità. Qui non si obbedisce, giacché, che qualcosa sia così com’è, così forte, così debole, non è conseguenza di un obbedire o di una regola, o di una costrizione…

Non autoconservazione: ogni atomo proietta la sua azione in tutto l’essere – lo si sopprime se si sopprime questa irradiazione di volontà di potenza. Perciò lo chiamo un quanto di “volontà di potenza”; in tale modo si esprime il (suo) carattere, che non lo si può escludere dall’ordine meccanico senza sopprimere l’ordine meccanico stesso…

14 (80) Se l’intima essenza dell’essere è la volontà di potenza, se il piacere è ogni crescita di potenza e dispiacere ogni sentimento di non poter resistere, di non poter affermare su qualcosa la nostra signoria; non possiamo allora trarre come fatti cardinali piacere e dispiacere? E’ possibile la volontà senza queste due oscillazioni del sì e del no? Ma chi sente piacere? Ma chi vuole potenza? Domanda assurda se l’essenza stessa è volontà di potenza e quindi sentimento del piacere e del dispiacere! E tuttavia, essa ha bisogno di contrasti, di ostacoli, cioè, relativamente, di unità che si espandono…

14 (81) Critica al concetto di “causa”.

Se ritrasportiamo il concetto di “causa” nella sfera a noi unicamente nota da cui l’abbiamo preso, allora non è per noi immaginabile alcuna modificazione in cui non sia una volontà di potenza. Non possiamo dedurre una modificazione, se non ha luogo una sopraffazione di potenza su un’altra potenza…

La volontà di accumulare forza come specifico per il fenomeno della vita, della nutrizione, della generazione, dell’eredità, per la società, lo Stato, il costume, l’autorità. Non si dovrebbe poter ammettere questa volontà come causa motrice anche in chimica e nell’ordine cosmico?

Non solo costanza dell’energia, ma anche economia massimale del consumo, in modo che il voler diventare più forte sia l’unica realtà a partire da ogni centro di energia. Non la conservazione di sé, bensì l’assimilazione, il voler diventare padrone, il voler diventare di più, il voler diventare più forte…

14 (82) …La vita, in quanto la forma d’essere più a noi nota, è specificamente una volontà di accumulare forza; tutti i processi della vita fanno leva su questo punto; niente si vuol conservare, tutto dev’essere sommato e accumulato.

La vita come caso singolo: ipotesi che muove da questa base per giungere al carattere generale dell’esistenza: aspira a un sentimento massimo di potenza; è essenzialmente un aspirare a un più di potenza; l’aspirare è essenzialmente un aspirare alla  potenza; il nucleo più profondo e intimo resta questa volontà…

 

Questi frammenti sono fondamentali poiché, se la “volontà di potenza” è un’essenza (Dioniso), anche il “Superuomo” come forma (Apollo) dovrebb’essere considerato una derivazione dell’essenza, non dovrebb’essere accettato come individualità singola eteroumana.  Vedremo in seguito come ciò che farà, almeno dialetticamente, crollare l’edificio di Nietzsche, sarà appunto il mancato riconoscimento di questa provenienza logica nella futura connotazione del “Superuomo”.

                        

La “volontà di potenza”, dunque, se pure è un carattere psicologico interiore, tuttavia non è un prodotto volontaristico o casuale, ovvero caratterologico, che possa esistere in me e non in altri, come, ad esempio, la predisposizione a un’arte. Essa, piuttosto, è un’essenza che informa di sé tutte le creature dell’universo, allo stesso modo della Wille schopenhauriana.

 

Particolarità positive della “volontà di potenza” sono la “volontà di vita” e la “volontà di verità”. Un attributo formale del carattere umano è, invece, lo “spirito di potenza”, che può essere a sua volta frazionato in numerose suddivisioni, ad es. nell’arte, nello sport, in amore, o in qualsiasi altro obiettivo. Esso si riferisce, di solito, a una tendenza pulsionale verso qualcosa da raggiungere, e può essere buono o cattivo, a seconda del contenuto morale che lo informa e che ne deriva.

La “volontà di potenza” è dunque un qualcosa della natura dell’universale, un qualcosa che esiste “in sé e per sé” in tutti gli esseri, nel genere umano, negli animali, nelle piante, e pure, potenzialmente, nell’inorganico; essa è un’essenza, come mostra il passo testè citato, e come mostra l’importante aforisma (349) della Gaia scienza ove, come si è visto, la “volontà di potenza” è assimilata alla “volontà di vita”. Nessuna vita può, infatti, sussistere senza una volontà che la sostenga, e tale volontà non è un pensiero, un desiderio, bensì un noumeno, una Wille.

La differenza, però, consiste nel fatto che, in Schopenhauer, la “volontà” conduce gli uomini a lottare contro sé stessi in una disperata gara avente l’alienazione come traguardo finale, mentre in Nietzsche il pessimismo dovrebb’essere vinto in favore della considerazione che la trasformazione della psiche, il miglioramento della forma umana, sono possibili. Nonostante ciò, però, egli mancò sia nella conclusione consequenziale data al “Superuomo”, sia nell’assenza di qualsiasi tipo di analisi antropologica e sociologica da porre a sostegno delle sue tesi. Il problema della “conciliazione delle potenze” sembra, alla fine, non averlo riguardato, proprio come non riguardò Stirner il problema della “conciliazione degli egoismi”.

Schopenhauer era sfuggito alle implicazioni logiche che provenivano dal suo concetto di “volontà”, o meglio, aveva superato il problema alienandolo; però ne aveva riconosciuto chiaramente il valore universale.

Nietzsche, invece, sembra mai avere avuto delle ferme convinzioni al riguardo.

Alla fine, la logica conseguenza della derivazione naturalistica e noumenica della filosofia schopenhauriana, avrebbe dovuto intendere il "Superuomo" un essere collettivo, una "umanità", una meta cui giungere (21).

 

Riepilogando, esaminata in senso freudiano, la “volontà di potenza” compare, sia nell’ Es (nell’infante, come egoismo innocente determinato dalla necessità di sopravvivenza), sia nell’ Ego (ancora come forma innocente, anzi virtuosa, che conduce l’individuo ad adattarsi e a comprendere - a “dominare”- l’ambiente che lo circonda), mentre nel Super-Ego la “volontà di potenza” può assumere anche forme ambigue e determinare patologie, specie le cosiddette “malattie morali”; può però anche essere in grado di garantire quella autonomia e libertà della coscienza sulla quale Kant fondava il suo imperativo categorico.

In breve, la “volontà di potenza” sostiene l’essere umano in tutte le fasi della sua vita; essa è il cemento che lega la personalità alla vita.

Per lo psicanalista Alfred Adler (22) ogni persona tende spontaneamente alla superiorità, che deve intendersi come necessità naturale della vita stessa. Per Adler, la forza primaria da cui dipende il comportamento può essere, ad esempio, un sentimento d’inferiorità che abbisogna di un principio di compensazione.

Watzlawick (23) scrisse che ogni persona desidera che altri lo confermino, e che in questo non deve vedersi patologia, bensì, all’opposto, una manifestazione costruttiva di umanità. La “disconferma del sé”, ovvero, il contrario, l’umiliazione forzata, imposta spesso da cause sociali, produce, invece, conseguenze di carattere a volte patologico.

La “volontà di potenza”, oltre che un carattere naturale che esiste per sé, è dunque anche un bisogno, una necessità.

Secondo Husserl (24) la teoria  della “volontà di potenza” è essenzialmente metafisica ed ha valore come fondamento del “Superuomo”. Essa ha importanza pratica fondamentale.

Spinoza, nei Pensieri di metafisica, definì la vita come la forza con la quale le cose perseverano nel loro essere (25). E’ evidente che per realizzare questa perseveranza occorre una “potenza” (fisica) ed una “volontà di potenza” (psico-biologica) che sostengano la forma umana.

Nel triangolo “vita – eros – morte” la “volontà di potenza” rappresenta la indispensabile tendenza alla conservazione dell’essere ed alla crescita.

 

                    Il “Superuomo”

 

Al contrario di quanto in genere si ritiene fra i non specialisti, Nietzsche non scrisse molto sull’argomento “Superuomo” (26).

L’analisi del noumeno della “volontà di potenza” ha dimostrato che la naturalità della medesima comporta la necessità dello sviluppo della potenza stessa (pena la sofferenza sociale e individuale), ed è questo sviluppo che dovrebbe tendere a generare, non meccanicisticamente, il “Superuomo”, il quale pertanto, per logica conseguenza, non dovrebb’ essere interpretato altrimenti che come essere collettivo

Inteso come “umanità”, il “Superuomo” sarebbe dunque l’uomo innocente il quale prende coscienza della sua forza e da dominato dalla natura e dalla morale particolaristica, ne diviene il dominatore, da timido animale impaurito davanti a fenomeni che lo travalicano e davanti ai carismi morali, diventa l’autore di questi fenomeni e carisma lui stesso. Ancora il “Superuomo” può essere visto come l’umanità che, finalmente, comincia a operare materialmente e intellettualmente “per sé” e non “contro di sé”, così come ora.

Il genere umano non può appagarsi di raggrupparsi, per proteggersi dalle intemperie e dalle fiere, per rimanere tranquillo nel sonno. Egli si è protetto dalla lotta dell’omnia contra omnes solo come individuo, ma come appartenente a una società, qualunque essa sia, sente ancora di partecipare allo stesso mondo di valori primitivi, di esserne schiavo. Il “Superuomo” è dunque l’umanità capace di costruire la sua stessa società in modo attivo, secondo i suoi propri interessi, in un modo “voluto”, cioè, non “subìto”; egli deve recuperare il carattere dell’uomo (teorico) primitivo, la sua innocenza, deve tornare alla grande salute perché sa di avere bisogno, per porre in atto la costruzione che deve intraprendere, della potenza del Dioniso.

La morale corrente, purtroppo, non è capace di giungere a questo risultato, lo considera chimerico, mentre invece, in realtà, precaria è la sua stessa esistenza, che dev’essere costantemente ripresa entro una condizione di dolore, e corretta.

La morale corrente è troppo schiava del limitato, del potere parziale, è ancora legata alla belva, non riesce a staccarsene, a superarla: - Da lungo tempo noi siamo esseri malformati, soggiunge lo stesso Nietzsche (27):

 

Io vi insegno il Superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto voi per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso di questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo?…

Avete percorso il cammino dal verme all’uomo, e molto di voi è ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancora oggi l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia…

Il Superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il Superuomo il senso della terra!

Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione (28).

 

“Superuomo" è, perciò, il superamento che l’uomo, sia come specie che individualmente, propone a sé stesso.

Secondo M. Blanchot  (29), il “Superuomo, tradotto in termini pratici, sarebbe più povero, più semplice, più sobrio, più capace di sacrificio, più lento nelle decisioni, più taciturno nei discorsi. L’uomo superiore, invece, sarebbe l’uomo totalizzatore, l’uomo integrale. Però, osserva il Blanchot, a dire di Nietzsche nello Zarathustra, l’uomo superiore è mancato.

Ora, può darsi che quello che Blanchot presenta non sia il “Superuomo” (che dovrebb’ essere indefinibile caratteriologicamente, se non gli si dà valore individuale, né carattere esortativo), bensì, più semplicemente, “l’uomo nietzscheano”, colui che stenterà molto ad abbracciare la terra. Egli prepara il “Superuomo”, ovvero la società umana a venire.

Nel “Superuomo” (visto in questa connotazione) lo spirito universale trascende la forma individuale; esso, pertanto, è una tendenza storica.

 

Quanto sino qui scritto riguarda, però, purtroppo, il “Superuomo” logico, coerente…il dovrebb’ essere.

Prima di giungere a conclusioni su questo punto, sarà tuttavia necessario considerare un nuovo soggetto d’analisi, il concetto di “morte di Dio”, il quale conduce ad affermare lo stato di innocenza naturale di tutte le cose viventi (30), innocenza che però non significa affatto “licenza”, ma “giustificabilità”.

Riguardo agli uomini, la condizione di innocenza la si aveva fra i primitivi, sino a quando si rese necessaria la loro unione in società, sino a quando, cioè, le condizioni del vivere sociale non imposero il rispetto di una legge morale.

Nietzsche impostò questo tipo di discorso nell’opera La nascita della tragedia, nella quale, incurante della improbabilità storica, pose ipoteticamente Socrate a responsabile di questo cambiamento, ad autore della legge morale codificata, ad incatenatore della innocenza dionisiaca (31).

La nuova situazione etica porta dunque il genere umano fuori dalla innocenza naturale, dà ad esso una regola. Siccome però la legge morale, anche se nasce da sé nei costumi, non entra da sola nei codici scritti, ecco come gli uomini possono divenir schiavi degli autori della morale stessa. Si giustificano allora le caste: i pastori da un lato, dall’altro il gregge.

 

L’istinto del gregge. – Laddove ci imbattiamo in una morale, ivi troviamo una valutazione ed una gerarchia degli istinti e delle azioni umane. Queste valutazioni e gerarchie sono sempre espressione di bisogni di una comunità e di un gregge…

Con la morale, il singolo viene educato ad essere funzione del gregge e ad attribuirsi valore solo come funzione.

Poiché le condizioni di conservazione di una comunità sono state molto diverse da quelle valide per un'altra comunità, ci furono molte e diverse morali...la moralità è l'istinto del gregge del singolo (32).

 

Ma tutto ciò, se è tuttavia sopportabile nelle società primitive, a un certo punto della evoluzione storica può diventare tanto gravoso e falso da travalicare ogni limite di valore, sicchè la morale può trasformarsi essa stessa in una condizione di immoralità, nel senso, cioè, che provoca sofferenze maggiori di quelle causate dal vivere primitivo antecedente allo ipotetico “contratto”.

Sorgerebbe dunque il problema del collegamento Nietzsche – Rousseau. A quest’ultimo il nostro autore oppose che la soluzione non può esser trovata tornando allo stato di natura, rifacendosi, cioè, alla imitazione del primitivo. Occorrerà, piuttosto, superare la condizione attuale e procedere avanti. Ma in quale modo? Questo è il punto focale del problema.

 

Converrà forse succingere il pensiero di Nietzsche su questo punto: egli è convinto che il superamento della condizione attuale di civiltà dovrà avvenire attraverso l’atto di superare sé stessi ( la Selbstüberwindung) di alcuni (i geni) dai quali dovrà poi dipartirsi l’educazione del genere umano.

 

Gettiamo avanti lo sguardo di un secolo, poniamo il caso che il mio attentato a due millenni di contronatura e deturpamento dell’uomo abbia avuto successo. Quel nuovo partito della vita, che prende in mano il più grande di tutti i compiti, l’allevamento dell’umanità al superamento di sé stessa, includendovi l’inesorabile annientamento di tutto ciò che è degenere e parassitario, renderà di nuovo possibile quel sovrappiù di vita sulla terra, da cui anche lo stato dionisiaco dovrà svilupparsi una buona volta.

 

Io prometto un'epoca tragica: l'arte suprema di dire sì alla vita (33).

 

L’uomo capace di superare sé stesso dovrà contenere in sé l’eredità della umanità dionisiaca, di quel genere non ancora corrotto dalla “ragione” socratica e nemmeno addomesticato e indebolito dalla casta sacerdotale.

Siccome questo tipo di umanità non esiste più, e non esiste nemmeno la educazione al genio (esso è casuale, come afferma lo stesso Nietzsche ne Lo Stato greco e nelle sue Conferenze sull’avvenire delle nostre scuole), gli uomini nuovi dovranno, alla fine, apparire spontaneamente nella società, per capacità di natura.

Il nuovo genio nietzscheano, alla fine, nasce e trae linfa dall’ambiente di natura morale descritto nell’ Al di là del bene e del male, ne assume il carattere; ciò che lo distingue dai “moralisti” è la sua capacità di trattenere in sé il bene e il male e farli collaborare.

Jean Granier fa un bel sunto di questi concetti fra le pagine 121 e 130 del testo Nietzsche edito in lingua italiana da Feltrinelli (ed. 1984):

 

p. 121 – La selezione cui Nietzsche fa riferimento non è…né un processo biologico sottoposto alle leggi naturali, né una dialettica della storia, bensì un metodo d’educazione applicato alla volontà di potenza da parte di una minoranza di competenti…

 

p. 124 - …La personalità (dei competenti) si costruisce allora da sola, a immagine di ciò che Dioniso intende ottenere dall’uomo: “renderlo più forte, più malvagio e più profondo di quanto egli sia” (Al di là del bene e del male 295). Perché, ciò che importa “sono i malvagi con una volontà religiosa” (Frammenti, 1882-1884, 4 (27), in altre parole “i cinici, i seduttori, i conquistatori che uniranno alla superiorità intellettuale la salute e la sovrabbondanza delle energie” (Vol. Puissance, II.).

 

Del barbaro il superuomo conserverà il vigore e la ricchezza degli istinti, ma li integrerà a un ordine superiore, condizione della libertà creatrice. La morale, naturalmente, non potrà non risultare offuscata da questa prodigalità titanica, e Zarathustra non dubita “che i buoni e i giusti chiamerebbero il diavolo il loro superuomo…(Ecce homo).

 

p. 129 - …”Ogni elevazione del tipo “uomo” è stata, fino ad oggi, opera di una società aristocratica – e così continuerà sempre ad essere: di una società, cioè, che crede in una lunga scala gerarchica e in una differenziazione di valore tra uomo e uomo, e che in un certo senso ha bisogno della schiavitù”. (Al di là del bene e del male” 257).

…Il compito è di formare una casta dominante con le anime più vaste, capaci dei più diversi compiti del reggimento della terra:” (Frammenti, 1884, 25 (221).

 

Questa scelta sintetica di passi citati da Granier mostra abbondantemente come, in un certo senso, il pensiero di Nietzsche non si distacchi da un certo retaggio di astrazione scolastica;  e mostrerà anche altre cose importanti, sulle quali si tornerà nel proseguire di queste righe: la prima è che la mancanza di analisi del sociale, in Nietzsche, è molto più grave di quanto appaia (non è lecito dire: “lo studio da lui non compiuto possiamo farlo noi”), in quanto questa lacuna conduce a conseguenze conclusive fondamentali che non si possono oggi rimuovere, a meno di “reinventare” un Nietzsche a nostra immagine. Secondariamente, non basta dimostrare che Nietzsche fu per sé, personalmente, un uomo alieno da ogni violenza, un mite: il “Superuomo” che egli propone, e al quale si dovrebbe affidare l’educazione dell’umanità, non è un uomo nuovo – questo è il punto essenziale – ma è sempre esistito, in tutti i tempi e in tutte le società. L’uomo capace di conciliare in sé bene e male può essere il re persiano, l’imperatore romano, il principe rinascimentale, il generale d’armata, il capitano d’industria, e perché no, il duce del fascismo. Basta rileggere i capitoli quinto e settimo dell’ Al di là del bene e del male, o spulciare a casaccio nella Genealogia della morale, per rendersi conto che quanto di istintuale, puro o selvaggio, egli applica al carattere della propria aristocrazia, difficilmente può essere definito un valore nuovo.

 

“197. Si misconosce profondamente l’animale da preda e l’uomo predatore (per esempio Cesare Borgia), si misconosce la “natura” fintantoché si continua a cercare un “carattere morboso” in fondo a queste che sono le più sane tra tutte le belve e creature tropicali, o addirittura un “inferno” concreato in loro: ed è questo che fino ad oggi hanno fatto quasi tutti i moralisti.Si direbbe che nei moralisti ci sia un odio per le vergini e per i tropici! E che l'uomo tropicale debba essere screditato a tutti i costi, sia come malattia e degenerazione umana, sia come un proprio inferno e una tortura di sè stesso. Perchè mai? A favore forse delle "zone temperate"? A pro degli uomini moderati? Dei morali? Dei mediocri? Questo per il capitolo: "Morale come pusillanimità". (34)

 

Ora, nessuna discussione sul carattere in sé dell’uomo rinascimentale; però, non potrà certo essere questo il “Superuomo”, e non tanto perché sia un “tropicale”, ma perché lo conosciamo di già.

Perché meravigliarci, dunque, del Nietzsche nazista? Esso è una delle numerose conseguenze possibili, ed ha tanto titolo quanto altri Nietzsche diametralmente opposti. E in fondo, a questo punto, può aver ragione Anacleto Verrecchia (35) quando afferma che la negativa influenza della sorella Elisabeth è stata fortemente esagerata, specie dalla scuola francese del dopoguerra, tesa a “purificare” il filosofo.

In breve, per quante simpatie i testi nietzscheani abbiano attirato fra gli intellettuali di oggi, sarebbe forse da sconsigliare, sia il matrimonio Nietzsche - comunismo (a meno che non ci si rivolga a qualche frangia estremista), sia quello Nietzsche – cristianesimo (a meno che non si intenda giudicare l’uomo per sé). A dispetto di ogni apparenza, la incompatibilità di carattere si rivelerebbe presto, irrimediabilmente.

 

Sarà interessante, a questo punto, rivedere in chiave eziologia, un articolo di Benito Mussolini del 1908, intitolato “La filosofia della forza” (36). In questo saggio Mussolini commenta una conferenza dell’On. Treves, giudicata una brillante esposizione delle teorie di Nietzsche, nella quale importanza centrale si dava alla Wille zur macht (la “volontà di potenza”), mentre lo stesso Nietzsche vi era osservato in chiave neo-libertaria, quale perfezionatore dell’individualismo stirneriano.

Aggiungendo poi del suo a quanto detto dal Treves, Mussolini stacca Nietzsche da Stirner, discutendo il problema della formazione dello Stato. Egli vede lo Stato (ideale, teorico), come una costruzione del “Superuomo”.

 

"Il Superuomo, questo essere che supererà l'uomo come l'uomo ha superato la scimmia, dovrà combattere contro due nemici, la plebe e Dio... tuttavia il superuomo trionferà sulla plebe e su Dio. Egli imporrà a tutti la sua volontà leonina".

 

Sarebbe troppo semplice concludere qui che Mussolini non critica Nietzsche, ma interpreta in maniera monocentrica, semplicemente l’individualismo di Stirner. In realtà, questo genere di giudizi su Nietzsche sono la conseguenza logica primaria della lettura dei suoi scritti, così come lui li presenta. Conseguenze logiche secondarie e terziarie richiedono, in genere, studi più approfonditi che però, alla fine, non riescono criticamente più certi. Da Nietzsche non si può estrarre una mèta, un principio sicuro, questo è un fatto. E se alla fine egli fu travisato, come lo è stato e probabilmente continua ad esserlo, ebbene, se l’è cercata.

 

Sarà, a questo punto, tuttavia interessante osservare come da un simile fondamento si sia poi dipartita tutta la costruzione “di destra” del “Superuomo”, la interpretazione che imperversò ufficialmente nel ventennio ’20, ’30, ed anche più tardi, soprattutto in Germania, sebbene sarebbe ingiusto immischiarvi in essa tutta la classe intellettuale italiana. Anzi, a questo proposito occorrerebbe precisare che, in generale, da tale interpretazione la cultura italiana si discostò, salvo la moda “dannunziano – futurista – avanguardista” del Nietzsche “facile”, tutto sommato innocua, che dilagò anche all’estero, dalla Russia pre-staliniana alla Spagna.

Gli studiosi italiani dettero a Nietzsche anche commentatori di genio quali, ad esempio, Enzo Paci, utile a chi voglia orientarsi in una ricerca sulla cultura europea nietzscheana pre-adelphiana (37); Julius Evola, il quale ebbe il merito di riconoscere, per primo, la natura eminentemente morale della filosofia di Nietzsche (38); Antonio Banfi, il quale, nel primo decennio di questo secolo, fu allievo di Georg Simmel a Berlino (39).

Tali problemi sono stati assai bene trattati in un libro di Gaia Michelini, edito da Flaccovio: Nietzsche nell’Italia di Dannunzio.

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CAPO PRIMO:  Lo stile e il metodo. (gli aforismi, la metafora).

 

CAPO SECONDO:  L’affermazione del valore. (la volontà di potenza, il Superuomo).

 

CAPO TERZO:  La contraddizione metafisica. (l’eterno ritorno dell’uguale),

CAPO QUARTO:  La contraddizione politica. (la concezione dello Stato).

CAPO QUINTO: La ricostruzione della morale.

 

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BIBLIOGRAFIA