Nietzsche

 

CAPITOLO  TERZO

 

La contraddizione metafisica

 

 

L’eterno ritorno dell’uguale.

 

La metafisica nietzscheana può essere definita con l’espressione usata da Albert P. Weiss “un comportamento congetturante, cioè quel tipo di descrizione di ciò che non è ancora oggetto di osservazione diretta” (40). Non si usa qui, come sostiene Jean Granier (Nietzsche, 1984) il termine “metafisico” come sinonimo di “idealistico”, poiché ciò condurrebbe alla erronea conclusione della non connotazione metafisica del pensiero di Nietzsche.

E’ evidente, comunque, che “metafisico” non vuol dire “fantastico”, anche se, come vedremo, Nietzsche usa condurre i suoi lettori sino all’estremo limite dell’astrazione razionale, senza però superarlo. Egli produce figurazioni allegoriche di gusto fiabesco, come nella metafora del nano e della porta carraia in Zarathustra, ma il suo pensiero è sempre sostenuto da radici profonde penetranti sin nella notte dei tempi arcaici, suggenti la linfa più genuina della saggezza popolare antica.

Riguardo all’eterno ritorno, Nietzsche ne scrive in moltissimi testi e ne da già anticipazioni indirette in Utilità e danno della storia per la vita, in Schopenhauer come educatore, in La visione dionisiaca del mondo, in Sul pathos della verità, in La filosofia nell’epoca tragica dei greci, mentre passi più significativi sono nello Zarathustra, parte terza “La visione e l’enigma” e nei frammenti della primavera 1884 (25, 7).

 

Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano, infatti, mi saltò sulle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma proprio dove ci eravamo fermati era una porta carraia.

Guarda questa porta carraia! Nano! Continuai: essa ha due volti. Due sentieri convergono qui: nessuno li ha mai percorsi sino alla fine.

Questa lunga via fino alla porta e all'indietro: dura un'eternità. Si contraddicono a vicenda questi sentieri; sbattono la testa l'un l'altro: e qui, a questa porta carraia essi convergono. In alto sta scritto il nome della porta: "attimo". Ma chi ne percorresse uno dei due - sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno?

Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo.

Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse aver già percorso un’altra volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che “possono” accadere essere già accaduta, fatta, trascorsa una volta?

E se tutto è già esistito: che ne pensi tu, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra in modo tale che quest’attimo trae dietro di sé tutte le cose a venire? Dunque anche sé stesso? Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche questa lunga via “al di fuori” – deve camminare ancora una volta!

E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna, ed io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non possiamo esserci tutti stati un’altra volta? E ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno? (41).

 

Successivamente, in modo forse più diretto, entro un frammento del 1888:

 

Amici, io sono il maestro dell’eterno ritorno.

Ciò significa: io insegno che tutte le cose ritornano in eterno, ed anche voi con esse, e che voi siete già esistiti infinite volte, e tutte le cose insieme a voi: io insegno che vi è un grande, immane, anno del divenire, che quando è trascorso, quando ha finito di scorrere, viene sempre di nuovo capovolto come una clessidra: sicchè tutti questi anni sono sempre uguali a sé stessi, nelle minime come nelle massime cose.

E a una persona che muore io direi: - Ecco, tu muori ora, e perisci, e sparisci: e non vi è nulla che rimanga di te come un “tu”, perché le anime sono mortali come lo sono i corpi.

Ma la stessa causa di forze che ti ha creato questa volta, ritornerà, e non potrà non crearti di nuovo: tu stesso, granello di polvere, appartieni alle cause da cui dipende il ritorno di tutte le cose.

E quando un giorno sarai nato di nuovo, non ti toccherà una vita migliore, o una vita simile, bensì la stessa identica vita che ora stai concludendo, nelle cose minime come nelle massime.

Questa dottrina non è stata ancora insegnata sulla terra: intendo dire, sulla terra com’è ora in questo grande anno (42).

 

Importante ritengo sia ancora notare come il pensiero dell’ ”eterno ritorno” sia di derivazione dionisiaco-pitagorica, ovvero come esso sia acquisito, non originale, nonostante l’episodio della “folgorazione” di Sils Maria, di cui Nietzsche narra in una lettera a Peter Gast del 14 agosto 1881 (43).

Durante quella passeggiata egli scoprì soltanto il modo di dare pratica applicazione al concetto pitagorico del “ritorno”, trasformandolo nello “eterno ritorno dell’uguale”. La cosa gli consentì, comunque, di ottenere l’importante risultato teorico di giustificare la critica al concetto del Dio intellettualmente antropomorfo (la morte di Dio) e da questa base cominciare a costruire il primo abbozzo tendenziale dell’uomo futuro, il “Superuomo”, costruzione, tuttavia, ancora assai grezza, poiché Nietzsche non gli mise intorno un ambiente sociale di sostegno e di fondamento, ovvero non spiegò in quale ambiente il “Superuomo” si sarebbe potuto produrre.

 

Un passo in un libro di Lou Salomè (44) informa che al pensiero dello “eterno ritorno” Nietzsche avrebbe voluto dare dimostrazione scientifica:

 

Allora, come si è detto, l’idea del “ritorno” non era ancora per Nietzsche una convinzione, ma solo un timore. Aveva l’intenzione di renderla nota solo in caso di una sua eventuale dimostrazione scientifica. Ci scambiammo una serie di lettere su questo argomento, e dalle dichiarazioni di Nietzsche risultava sempre l’opinione erronea che fosse possibile trovarne un fondamento scientificamente valido sulla base di studi scientifici e della teoria atomistica.

Fu allora che decise di studiare, per dieci anni, nell’università di Vienna o di Parigi, esclusivamente scienze naturali.

Solo dopo lunghi anni di assoluto silenzio, nel caso avesse ottenuto il paventato successo, avrebbe voluto presentarsi agli uomini come il maestro dello “eterno ritorno”.

 

Tutto ciò che demolisce l’aspetto formale della religiosità, distrugge soprattutto la giustificazione del “giudizio” divino, che dovrebbe essere espresso sull’anima individua della persona umana. Esso, infatti, per Nietzsche, è assurdo, e se anche fu concepito, in passato, come “ente di ragione”, ora dev’essere spazzato via, e non può più aver diritto di appartenere alla mente umana nemmeno come ente chimerico. Tolti dal mondo della materia, dalla fame, dalla sete, dai sensi, dalla concretezza dei rapporti sociali, il giudizio sugli uomini può diventare un’assurdità. Il “mio” dell’anima vivente, libera dagli impacci corporei, non può essere ancora il “mio” del medesimo corpo terreno sottoposto a stimoli, interni ed esterni, di natura completamente diversa.

In breve, ciò che caratterizza la metafisica nietzscheana è, oltre alla sua natura allegorica, anche il suo tendere con perseveranza alla negazione del concetto del Dio intellettualmente antropomorfo.

 

Prima di proseguire sarà bene però chiarire che il concetto dello “eterno ritorno” non ha solo significato simbolico: in questo senso la sua centralità nel pensiero di Nietzsche fu riconosciuta da Karl  Lowith (testi in bibliografia), il quale, rilevò da esso la consequenzialità della “morte di Dio”, ovvero, la improponibilità del “giudizio”.

Esiste, tuttavia, ancora un’altra possibilità di indagare lo “eterno ritorno”, ed è di considerarlo “in sé e per sé”, in senso fisico. Mazzino Montinari, nel testo “Cos’ha veramente detto Nietzsche”, riporta questo frammento ricavato dai quaderni nietzscheani del giugno-luglio 1885.

 

E volete sapere cos’è il “mondo” per me? Debbo mostrarvelo nel mio specchio? Questo mondo: una immensità di forza, senza principio, senza fine, una grandezza fissa, ferrea, di forza, che non diviene più grande, e nemmeno più piccola, che non si consuma, ma solamente si trasforma, come totalità immutabilmente della stessa grandezza, un bilancio senza spese e senza perdite, ma anche senza incremento, senza entrate, conchiuso nel “nulla” come dal suo confine, niente di evanescente, di dissipato, di esteso all’infinito, incastonato come una forza ben determinata in uno spazio determinato, e non in uno spazio da qualche parte “vuoto”, bensì come forza per ogni dove, come giuoco di forze e di onde energetiche, uno e “molto” al tempo stesso, che, mentre si accumula da un lato, dall’altro diminuisce, un mare di forze in sé stesse tempestose e fluttuanti, in eterna trasformazione, in eterno ricorso, con anni immani di ritorno, con flusso e riflusso delle sue forme, spingendole violentemente dalla semplicità alla più varia molteplicità, dalla quiete e dalla fissità, e dalla freddezza massime, all’incandescenza, alla sfrenatezza più selvaggia, massima contraddizione, per poi tornare dalla sovrabbondanza alla semplicità, dal giuoco delle contraddizioni, indietro, sino al piacere dell’unisono, in continua affermazione di sé stesso anche in questa identità dei suoi anni orbitali, e benedicente sé stesso come ciò che in eterno non può non ritornare, come un divenire che non conosce sazietà, fastidio, stanchezza – questo mio mondo dionisiaco, in eterna autocreazione, di eterna autodistruzione, questo mondo misterioso di volontà duplici, questo mio “al di là del bene e del male”, senza meta, a meno che nella felicità del circolo non sia una meta; senza volontà, a meno che un anello non abbia la buona volontà di sé stesso – volete voi un nome per questo mondo? Una soluzione per tutti gli enigmi? Una “luce” anche per voi che siete i più nascosti, i più forti, i più intrepidi, i più notturni?

Questo mondo è la volontà di potenza – e niente oltre a ciò!

E voi medesimi siete questa volontà di potenza – e niente oltre a ciò (45).

 

Questo frammento pone quindi identità fra “eterno ritorno” e “volontà di potenza”, identità vera, fisica, poiché qui lo “eterno ritorno” è inteso nel suo più semplice significato di “cerchio”, e la “volontà di potenza” nella sua espressione, ancora più comprensibile, di corporeità universale.

In questo senso, nel modo più semplice possibile, siamo giunti al confine del filosofare, al di là del quale non si vedono più, né ragioni, né ipotesi, né si sa in quale regione si entri.

Poiché è evidente che l’essere umano posto all’interno di una potenza sì grande, che nulla può avere oltre a sé, si pone, volente o nolente, in posizione contemplativa.  Ed anzi, a questo punto, nessuno contempla più, poiché ognuno di noi è esso stesso “universo”, con i suoi atomi che non si perdono, dal conto totale, dopo la morte fisica.

La contraddizione fondamentale di Nietzsche è qui, pertanto, evidente:  Nel contrasto fra Dioniso e Apollo, il primo è risolto nel suo significato naturalistico  “vero”, mentre il secondo rimane all’interno dell’ambiente intellettuale ottocentesco “di casa”, nel quale Nietzsche è sempre vissuto.

 

Per risolvere il problema “Nietzsche” non c’è quindi altro da fare che compiere una operazione “proibita”: Travisare la filosofia del medesimo e portare Apollo nel campo naturalistico, dando ad esso significazione universale.

Non c’è altro da fare, secondo me, se si vuole che Nietzsche conti ancora qualcosa nella cultura occidentale. Altrimenti bisognerebbe ammazzarlo, annichilirne il valore, e direi, anzi, che la cultura italiana, specie quella di sinistra, si è già  molto impegnata per questo, al contrario di quella francese che ne ha proposto, invece, il recupero, senza però ammettere che per ottenerlo bisognerebbe compiere l’operazione filologicamente scorretta di travisarlo.

 

Ma, fingiamo di non aver scritto queste cose, e atteniamoci, piuttosto, all’Autore e  al suo concetto dello “eterno ritorno” in sé.

Ora, in effetti, la unificazione dell’Essere (inteso in senso fisico-materiale) e del movimento, superate le opinioni di Nemesio e Crisippo sul ciclo del mondo (46), mai è stata sostenuta nella filosofia contemporanea, a meno che non si consideri “Uno” la conclusione del sistema dialettico di Hegel. Nel materialismo, sia dialettico che naturalistico, l’approfondimento è continuo, o può interrompersi al limite delle possibilità della scienza. Nello idealismo il movimento dialettico può risolversi al limite della storia, o in Dio, o nello Spirito, o nell’Assoluto, ma mai si era sostenuto che Essere e movimento dialettico si risolvono l’uno nell’altro in cicli reciproci e perenni.

Tale è, invece, la novità coscientemente contraddittoria proposta da Nietzsche. Egli, in altre parole, aveva riconosciuto monismo e pluralismo insieme, cosa tuttavia non assurda che, a nostro avviso, andrebbe d’accordo con la filosofia di Spinoza (Deus sive natura).

Né Nietzsche spiega lo “eterno ritorno” nel suo possibile significato simbolico: tratta il “ritorno” in concezione pitagorico – materialista quando lo definisce la concezione più possibilmente scientifica che si possa avere intorno al problema (metafisico) della morte: “…la stessa forza di cause che ti ha creato questa volta, ritornerà, e non potrà non crearti di nuovo…” ; d’altra parte, anche nel suo commento a sé stesso, nell’ Ecce homo vede lo “eterno ritorno” in collocazione stoica, non spiegando però se esso si riferisca all’oggetto universale in sé (al mondo), oppure alla catena delle individuazioni umane (nel mondo).

La cosa è importante per la chiarificazione del problema teologico che proviene dalla emblematizzazione dell’argomento. Se, infatti, l’”eterno ritorno” riguarda l’oggetto universale e lo si collega al "ritorno" pitagorico, allora bisogna ricavarne che le esperienze delle singole individuazioni, nel volgere del "grande anno", sono sempre diverse, e che il grado totale di responsabilità, colpe, meriti, sarà alla fine uguale per tutti. Da qui la lotta di Nietzsche contro il sentimento della "cattiva coscienza", che avrebbe dato occasione alla casta sacerdotale di impadronirsi delle coscienze delle persone. Questo sarebbe, infine, un argomento notevole (sempre però indiretto, metafisico), contro il "giudizio", e avrebbe anche rilevanza pratica.

Se, invece, lo “eterno ritorno” fosse inteso seguendo una chiave individualista, fosse ritenuto, cioè, una ripetizione di esperienze fatte tutte da una stessa persona “…io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo esserci tutti stati un’altra volta?”  allora il significato sarebbe, in effetti, assai meno chiaro e, probabilmente, anche meno importante. Nel primo caso, il pensiero dell’”eterno ritorno” indicherebbe che tutte le cose, alla fine, possiedono lo stesso valore (non però che non ne abbiano affatto, che equivalgano a “paralisi”, come sostiene Lukàcs), nel secondo caso il concetto risulterebbe banalizzato.

Purtroppo, nei propri scritti Nietzsche si guarda bene dal definirsi; pretende che i propri simboli (che, in fondo, sono oscuri anche a lui) siano capiti perfettamente da tutti. Esiste nel nostro autore, e dà un po’ angoscia doverlo rilevare, una reale tendenza alla negazione della comunicazione, e questo, forse, denuncia il germe del suo destino di sofferenza, rivela la malattia.

Prima di continuare, tuttavia, occorrerà chiarire che non si possono accettare nemmeno interpretazioni trite della metafisica nietzscheana, come, ad esempio, il dare allo “eterno ritorno” significato di “reincarnazione”, o considerarlo un preteso articolo di fede.

Alla fine, ci si potrà chiedere: perché poi un altro anno, e un altro ancora, e così via eternamente, in cicli sempre così uguali, sempre così disperati? Come concilia il filosofo del “Superuomo” il suo desiderio di progressione in elevazione per il genere umano, con questa idea “a rotativa”, eternamente tornante, eternamente inutile? E cosa vale una vita, e sia pur cento vite, o mille, se non se ne trae un’esperienza, se non se ne ricava una esperienza "in progress"?

Il Nietzsche maturo, infatti, dovette convenire di non aver saputo risolvere la contraddizione, la quale, teoricamente, è assai grave, poiché conduce, contemporaneamente, sia a una visione fatalistica, sia a una visione volontaristica, riguardo agli avvenimenti  del mondo:

 

La diffidenza per i nostri precedenti giudizi di valore si rafforza sino ad esprimersi nell’interrogativo: sono forse tutti i valori allettamenti con cui la commedia si prolunga, senza però avvicinarsi per niente a una soluzione?…

…pensiamo questo pensiero nella sua forma più terribile: l’esistenza così com’è, senza senso e scopo, ma inevitabilmente tornante, senza un finale, nel nulla: “l’eterno ritorno”. E’ questa la forma più estrema di nichilismo: il nulla eterno!  (47).

 

A questo punto bisognerebbe rammentarsi di Blaise Pascal e della sua convinzione della necessità di superamento di quella natura umana posta all’interno di un coacervo di contraddizioni (“Pensieri”: la duplicità dell’uomo”) dalle quali non può districarsi se non attraverso il raggiungimento di una coscienza autonoma che deve condurla a riconoscere sé stessa nella vita terrena e a ritrovarsi al di là della stessa.

Nietzsche limitò il proprio concetto del  superamento alla forma materiale, ma su questo punto non gli si può negare di aver lasciato uno spiraglio, una presa poco consistente, ma sufficiente a portarlo al di là del proprio confine e a consentirgli uno sguardo all’interno di un territorio che forse pregiudizialmente considerava straniero. Nietzsche affermò, comunque, il principio della giustificabilità della vita intera: anche il male, il dolore, hanno un loro perchè d'essere oggettivo del quale occorre essere consapevoli. Essi sono pur sempre "una parte" del tutto. Come carattere umano, riconosciuto dalle sue biografie, egli era certamente un "buono".

In breve, in opposizione alla teologia cristiana, Nietzsche, attraverso il pensiero dell’”eterno ritorno” e l’affermazione della “morte di Dio”, negò la possibilità di un giudizio “al di là”, nel pensiero del quale vide soltanto la minaccia di un interesse terreno. Fece così cadere anche il concetto del Dio formale, l’idea di un personaggio creatore, pur conservando in sé un profondo spirito religioso di tipo naturalistico.

Per finire, si potrebbe ancora osservare come, attraverso il pensiero dello “eterno ritorno” Nietzsche prenda definitivamente le distanze da Schopenhauer, o meglio, dal suo modo di intendere la “rappresentazione”. Abbiamo già visto in quale modo sia stato mutato il concetto di “volontà”; ora è il criterio di “rappresentazione” ad essere riveduto.

 

Il mondo è mia rappresentazione inizia l'opera più notevole di Schopenhauer...- questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l'uomo soltanto sia capace di accoglierla nella riflessa, astratta coscienza... il mondo... non esiste se non come rappresentazione, vale a dire, sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso... tutto ciò che esiste per la conoscenza, adunque questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce; in una parola, rappresentazione...Questa verità... Berkeley fu il primo ad esprimerla risolutamente..." (48)

 

Con tali considerazioni Schopenhauer pose il soggetto “al di là” dello spazio e del tempo (ovvero vivente in esso, ma anche in indipendenza da esso), che se anche solo quell’unico (uomo) svanisse, cesserebbe d’esistere pure il mondo come rappresentazione (Schopenhauer, op. cit. p. 32).

Attraverso il pensiero dell’”eterno ritorno” Nietzsche, invece, capovolse questo concetto e ritornò alle considerazioni materialiste che vogliono il soggetto posto attraverso l’oggetto, modificato da questo. Nell’”eterno ritorno”, infatti, il soggetto non può sfuggire alla totalità delle rappresentazioni, che hanno tutte forza oggettiva, e il fatto di doverle ripetere lo dimostra. Chi obbligherebbe, infatti, altrimenti il “noumeno” a ripetere le esperienze? Occorrerebbe, in questo caso, una forza sopra di lui.

Nel senso nietzscheano, la “rappresentazione” si impone al soggetto come totalità, ed il soggetto stesso diverrebbe a sua volta “totalità”, se (e qui sta la contraddizione del pensiero dello “eterno ritorno”) questa “totalità” non fosse vissuta dal soggetto, nel corso del grande anno, soltanto come sommatoria di momenti parziali, dell’insieme dei quali egli non si rende mai conto, e che non gli producono, pertanto “sviluppo”.

In sintesi, mentre nel sistema idealista di Schopenhauer (Berkeley), il soggetto pensante è gerarchicamente pari  all’oggetto rappresentato, poiché senza il primo non vi sarebbe il secondo; secondo Nietzsche, invece, il soggetto pensante è inferiore all’oggetto rappresentato, proprio perché, in virtù dello “eterno ritorno”, l’esperienza non viene mai fatta, e la potenza non si sviluppa.

Questa contraddizione di Nietzsche, se lo vogliamo, è grave.

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CAPO PRIMO:  Lo stile e il metodo. (gli aforismi, la metafora).

CAPO SECONDO:  L’affermazione del valore. (la volontà di potenza, il Superuomo).

 

CAPO TERZO:  La contraddizione metafisica. (l’eterno ritorno dell’uguale).

 

CAPO QUARTO:  La contraddizione politica. (la concezione dello Stato).

CAPO QUINTO: La ricostruzione della morale.

 

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BIBLIOGRAFIA