LA ZUFFA DEI CIECHI
Nel popolo (quartiere) di Santo Lorenzo presso a Santa Orsola nella città di Firenze tornavano certi ciechi, di quelli che andavano per limosina, e la mattina si levavano molto per tempo, e chi andava alla Nunziata, e chi in Orto San Michele, e chi andava a cantare per le borgora, e spesse volte si deliberavano, che quando avessono fatta la mattinata, si trovassero al campanile di Santo Lorenzo a desinare, dove era un oste, che sempre dava mangiare e bere a’ loro pari.
Una mattina essendovene due a tavola, e avendo desinato; dice l’uno, ragionando del loro avere, o della loro povertà: - Io accecai forse dodici anni è, ho guadagnato forse mille lire. –
Dice l’altro: - Ohi tristo a me sventurato, ch’egli è sì poco che io accecai, che io non ho guadagnato dugento lire.
Dice il compagno: - Oh, quand’è che tu accecasti? – Dice costui: - E’ forse tre anni –
Giugne un terzo cieco, che avea nome Lazzero da Corneto, e dice: - Dio vi salvi, fratelli miei – E quelli dicono: - Qual se’ tu? – E quegli risponde: - Sono al bujo come voi – e segue: - E che ragionate? – E quelli contarono i tempi de’ loro guadagni.
Disse Lazzero: - Io nacqui cieco, e ho quarantazett’anni; s’io avessi i denari che io ho guadagnati, io sarei il più ricco cieco di Maremma… -
- Bene sta – dice il cieco di tre anni – che io non trovo niuno, che non abbia fatto meglio di me. – E facciendo così tutti e tre insieme, dice questo cieco: - Di grazia lasciamo andare gli anni passati; vogliam noi fare una compagnia tutti e tre, e ciò che noi guadagnamo, sia a comune? E quando andremo fuori tutti tre, noi andremo insieme, pigliandoci l’uno con l’altro; se bene bisognerà chi ci meni, il piglieremo.
Tutti s’accordarono, e alla mensa s’impalmarono, e giurarono insieme. E fatta questa loro compagnia alquanto in Firenze, uno che gli avea uditi fermare questo loro traffico, trovandogli uno mercoledì alla porta di Santo Lorenzo, dà all’uno di loro un quattrino, e dice: - Togliete questo grosso tra tutti e tre. –
Dice colui che lo riceve alcuna volta: - Gnaffe, e’ c’è dato un grosso, che a me par piccolo come un quattrino. -
Dicono gli altri due: - O non ci cominciare già a volere ingannare. – Questi rispose: - Che inganno vi poss’io fare? Quello che mi fia dato io metterò nella tasca, e così fate voi.-
Disse Lazzero: - Fratelli, la lealtà è bella cosa. – E così si rimase: e ciascuno ragunava; e deliberarono tra loro ogni capo d’otto di mescolare il guadagno, e partirlo per terzo.
Avvenne che ivi a tre dì che questo fu, era mezzo agosto; di che si disposono, come è la loro usanza, d’andare alla festa della nostra Donna a Pisa; e movendosi ciascuno con un suo cane a mano, ammaestrato, come fanno, con una scodella, si risono in cammino, cantando la intemerata per ogni borgo; e giungono a Santa Gonda un sabato, che era il dì di vedere la ragione, e partire la moneta; e a uno oste, dove albergarono, chiedono una camera per tutti tre loro, per fare li fatti loro quella notte; e così l’oste la diede loro.
Entrati questi ciechi con li cani e co’ guinzagli a mano, quando fu il tempo di andare a dormire nella detta camera, disse uno di loro, cha avea nome Salvadore: - A che ora vogliam noi fare la nostra faccenda? – Accordaronsi, quando l’oste e la sua famiglia fosse a dormire; e così feciono.
Venuta l’ora, dice il terzo cieco che avea nome Grazia, ed era quello che era stato men cieco: - Ciascuno di noi segga, e nel grembo noveri tutti li denari ch’egli ha, e poi faremo la ragione; e colui che n’avrà più, ristorerà colui che n’avrà meno. – E così furono d’accordo, cominciando ciascuno annoverare.
Quando ebbono annoverato, dice Lazzero: - Io trovo, secondo ho annoverato, lire tre, soldi cinque, denari quattro.-
Dice Salvadore: - Ed io ho annoverato lire tre, denari due. –
Dice Grazia: - Buono, buono: io ho appunto quarantazette soldi.
Dicono gli altri: - Oh, che diavolo vuol dir questo? Dice Grazia: - Io non so. –
- Come non sai? che dèi avere parecchi grossi in ariento più di noi, e tu ce la cali a questo modo: è la compagnia del lupo la tua: tu ha nome Grazia, ma a noi se' tu disgrazia.
Dice costui: - Io non so che disgrazia; quando colui dicea, che ci dava un grosso, a me parea egli un quattrino; e che che si fosse, come io vi dissi, io il mettea nella tasca, io non so; io sarei leale come voi in ogni luogo, che mi fate già traditore e ladro. –
Dice Salvadore: E tu se’, poiché tu ci rubi il nostro. –
- Tu menti per la gola – dice Grazia
- Anzi menti tu.
- Anzi tu. – e cominciassi a pigliare e dare delle pugna; e’ denari cagiono per lo spazzo.
Lazzero, sentendo cominciata la mischia, piglia la sua mazza, e dà tra costoro, per dividerli: e quando costoro sentono la mazza, pigliano le loro, e cominciansi a sbatacchiare e tutti li denari erano caduti per lo spazzo.
La battaglia cresce, gridando, e giudicando del bastone; li loro cani abbaiavano forte, e tale pigliava per lo lembo co’ denti or l’uno or l’altro; e’ ciechi, menando le mazze, spesso davano a’ cani, e quelli urlavano; e così parea questo uno torniamento.
L’oste, che dormia di sotto con la moglie, dice alla donna: - Abbiamo noi demoni di sopra? – Levasi l’uno e l’altro, e tolgono il lume e vanno su, e dicono: - Aprite qua. –
I ciechi, che erano inebriati su la battaglia, udivano come vedeano. Di che l’oste pinse l’uscio per forza, e aprendolo, intrò dentro, e volendo dividere i ciechi, ebbe una mazza nel viso; di che piglia uno di loro e gittalo in terra.
- Che vermocane è questo? che siate mortaghiadi (da “gladio”: uccisi di spada). – e pigliando la mazza sua, dando a tutti di punta, dicea: - Uscitemi di casa. –
La donna dell’oste accostandosi e schiamazzando, come le femmine fanno, uno cane la piglia per un lembo della gonnella, e quanto ne prese, tanto ne tirò.
Alla fine, perdendo costoro la lena, ed essendosi molto bene bazzicati, e chi era caduto di qua e chi là, dice Lazzero: - Ohimè, oste, che io son morto. –
Dice l’oste: - Dio gli ti mandi, uscitemi testè di casa –
E quelli tutti si dolgono e dicono: - Ohimè, oste, vedi come noi stiamo – che aveano li visi lividi e sanguinosi: - e peggio, che tutti li nostri denari si son caduti. –
Allora l’oste dice: - Che denari, che siate mortaghiadi, che m’avete presso che cavato un occhio? –
Dice Lazzero: - Perdonaci, che noi non vegghiamo più che Dio si voglia. –
- Io vi dico: Uscitemi di casa.
E quelli dicono: - Ricòci li denari nostri, e faremo ciò che tu vorrai. –
L’oste fa ricogliere i denari, i quali non assegnò (restituì) mezzi, e disse: - Qui ha forse cinque lire; voi mi avete a dare delli scotti lire dua, restacene lire tre; io voglio andare al Vicario quassù, e voglio che mi faccia ragione, chè mi avete fedito, e alla donna mia dai vostri cani è stata stracciata la gonnella. –
Quando costoro odono questo, tutti ad una voce dicono: - Amico, per l’amor di Dio, non ci voler disfare; togli da noi quello che possediamo, e anderenci con Dio. –
L’oste disse: - Poiché così è, io non so se mi perderò l’occhio; datemi tanto, che io mi possa far medicare, emendate la cotàrdita (gonna) della donna mia, che pur l’altro dì mi costò lire sette. –
Brevemente li ciechi dierono all’albergatore li denari caduti, che erano nove lire e soldi due; ed altrettanti che n’aveano addosso; e così, di notte, pregarono l’oste che perdonasse loro, e andaronsene così vergheggiati chi sciancato, e chi col viso enfiato, e chi col braccio guasto, per bella paura, tanto oltre, che furono sul contado, a Pisa, la mattina.
Quando furono a una taverna appiè di Marti (Palàia), cominciarono a rimbrottare l’un l’altro; e l’oste veggendoli sanguinosi e accaneggiati, si meravigliava dicendo: - Chi vi ha così conci? –
E quelli dicono: - Non te ne caglia – e ciascuno addomanda un quartuccio di vino, più per levarsi le busse e le percosse del viso, che per bere. E fatto questo, dice Grazia: - Sapete che vi dico? Io facea in fede i fatti vostri, come i miei, e non fui mai ne’ ladro ne’ traditore; voi m’avete dato di ciò un buon merito, che io ne son quasi disfatto in avere e in persona: egli è meglio corta follia che lunga, e farò come colui che dice: Uno, due, tre, io mi scompagno da te; e con voi non ho più a fare nulla, e l’oste ne sia testimone. – E vassi con Dio.
Dicono questi altri: - Tu hai nome Grazia, ma tale la dia Dio a te, chente tu l’hai data a noi. –
E andossene solo, a Pisa. E Lazzero e Salvadore se n’andarono anche là alla festa con questa loro tempesta.
E perché oltre all’essere ciechi, erano tutti laceri dalle bastonate, fu loro fatte a Pisa tre cotanti (triple) limosine; onde ciascuno di quelle mazzate, non che se ne dessi pace, ma e’ non avrebbon voluto non averle per tutto il mondo, solo per l’utilità che se ne vidono seguire.