I savi e i matti
Dice che fu un tratto, nel tempo degli indovini (facitori d'oroscopi), quando le persone sapevano quel ch'egli aveva a essere dì per dì, ora per ora, che questi indovinatori videro per vie di astrolabio e per mezzo di Capricorno e Cancro - che venga loro! - che tutti coloro del paese, dove questi farfalloni abitavano, avevano a diventar pazzi pazzissimi; e che l'aveva a durar loro questa malattia parecchie settimane, e Dio sa poi come guarirebbono. E questo accidente doveva venire perchè egli era stato un gran secco e doveva venire una grandissima acqua; onde il puzzo che aveva a fare il terreno, dando lor nel naso, li aveva a far diventar matti.
Così questi strologatori e indovini, ch’io mi voglia dire, antivedendo questa materia, si restrinsero insieme, cioè unirono tutta la lor saviezza in uno, e fecero fare una stanza con tre o quattro cerchi di muri. E la fecero foderar d’assi e turar tutti i buchi e tutti i fessi degli usci e delle finestre, acciocché il puzzore della terra non andasse al cerebro.
Eccoti l’orco, idest (cioè) il dì che cominciò a piovere.
Basta mò, il caso fu questo; che gli strolagi indovini usciron fuori, dopo alcuni giorni, savi savi che parevano la riputazione ritratta a pennello, e se n'andarono in contegno, dritti su la persona come se fossero tanti ceri pasquali. E quando videro tutto il popolo correre, imperversare in qua e in là, saltare, ridere, gridare, stridere, cantare, ballare, sonare, e chi facea una cosa, e chi ne pazzeggiava un'altra; tant'è un rumore, un frastuono, un rombazzo, come se voi vedessi oggi da un canto mattaccini (ballerini grotteschi) alla moderna saltare, musici dall'altro in un coro come gli stornelli che facessero am, em, im, o a e, o a e, o a e, con la voce, ed altri sonatori che avessero piena la bocca di vento, gonfiate le gote, con quei brutti visi, che tutto si facessimo: chimlurù liròn liràn, chimlurù liròn liràn, e chi cacciasse una tromba dentro e fuori, un altro menasse le dita turando i buchi, e chi desse in una cartapecora (tamburo) a far tutù, pitutù, insino a sera; poi vedeste otto o dieci balli di generazion diversa, che saltassino e pestassino il terreno tutto il dì come si fa l'uva nel tino...una simil cosa facevano questi pazzi, che s'avevano pieno il capo di quel fumo.
I savi adunque vollero cominciare a porci regola a questa cosa, e dar ordine qua, là. Ah, ah, ah! e' mi vien voglia di ridere. Chè la cosa successe altrimenti, perchè i matti erano più più più che assai che i savi, e veduto che costoro non facevano come loro, se gli ficcarono attorno con cattive parole e con i peggiori fatti, onde furono forzati a fare come loro e pazzeggiare a lor dispetto. Così i savi entrarono nel numero dei matti contro a lor voglia.
Il giardino del galantuomo
Aveva un bel giardino a Murano un galantuomo, molti anni or sono; e lo teneva coltivato e pulito, tal che sempre n'aveva nuovi fiori, pesche, erbette e frutti diversi, con certi aranci, cedri e limoni, i quali difendeva d'inverno dai freddi e l'estate dai caldi intollerabili.
Un giorno v’andarono alcuni uomini a vederlo per una cosa rara. E come si suol fare, tratti dal diletto della verdura e dei fiori e dei frutti, ciascuno cominciò a pelar questo e a cogliere quell’altro. Da’ di mano a una cosa, rapiscene un’altra, dettero scacco matto a quel giardino.
L’uomo da bene che si vide far tanto danno e usar tanta scortesia, deliberò di star cheto, e che questa gl’insegnasse per tutte le altre volte: a ogni modo non v’era rimedio.
Partendosi, costoro gli dissero: - Voi avete un bell’orto: però fatelo guardare che non vi sia guasto; e non ci lasciate entrare persona. –
Io vi ringrazio di questo ricordo. Ma voi me lo dovevi dire innanzi che ci entraste dentro voi.
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ANTON FRANCESCO DONI 2.
MATTEO BANDELLO
LORENZO MAGALOTTI
GIAN BATTISTA BASILE 1.
GIAN BATTISTA BASILE 2.
GIOVANNI SAGREDO
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