XII.
Nel pomeriggio, la nave è in ritardo. L’attracco al porticciolo dell’isola centrale, la più grande di quell’arcipelago, previsto per la metà della quarta ora di Omèga, avviene assai oltre la quinta, quasi senza che nessuno vi faccia caso, poiché si è perso tempo in esercitazioni didattiche in mare, favorite da un sopraggiunto miglioramento atmosferico.
- Ieri il mare era abbastanza agitato - mi dice un tecnico - e parecchie dimostrazioni sono state annullate. Oggi va meglio a fa anche più caldo.
L’arcipelago circumpolare settentrionale comprende, come ho già scritto, una grande cintura di isole che separa l’oceano del Nord di “Lontana” dal suo vero e proprio polo geografico. A vederle in distanza, mentre la nave lentamente vi si avvicina, ne rimango deluso, poiché mi aspettavo qualcosa che almeno si avvicinasse ai nostri tropici, anche se il caldo vi è sicuramente elevato. L’itinerario di “Lontana”, tuttavia, non potrebbe consentire “regioni” climatiche stabili e ben definite, sicchè le isole rimangono meta di un turismo occasionale che scompare completamente quando l’intergalattica attraversa gli spazi oscuri. L’ambiente alterna praterie di pianura a boschetti, e possiede animali liberi che, sulla Terra, sarebbero divisi fra regioni climatiche diverse, come daini, mazamas, gazzelle, antilopi, cervi.
Contrariamente, però, al territorio equatoriale, nel quale abbonda la vegetazione alpina, qui, al contrario, prevale una flora caduca a me parzialmente sconosciuta, capace di resistere alle notevolissime variazioni ambientali cui l’intergalattica è normalmente sottoposta.
Anzi, le isole circumpolari costituiscono un punto d’incontro di naturalisti, in quanto vi si trovano forme biologiche nuove, inesistenti, non solo sulla Terra, ma anche su Omèga.
A parte cani, gatti e non molti cavalli, abbondano qui, come già scritto, gli animali selvatici liberi, particolarmente erbivori, per la maggior parte dei quali sono stati predisposti, artificialmente, rifugi.
Per evitare difficoltà, non sono stati introdotti i grandi carnivori, o comunque animali feroci, o pericolosi, per i quali sarebbero stati necessari rifugi diversificati e riserve troppo particolari ed anche troppo difficili da gestire. Per una ragione solo parzialmente diversa, non sono stati introdotti, nel mare, gli squali, anche se la fauna rimane interessantissima, specialmente nei suoi animali più minuscoli.
Nei giorni di luce le isole vivono di una loro attività turistica intensa, ma saltuaria, mentre permane, invece, la vita di piccoli villaggi la cui popolazione è formata da scienziati naturalisti, piccoli pescatori ed artisti desiderosi d’isolamento.
Mancano, in queste isole, salvo agenzie turistiche e qualche piccolo ospedale traumatologico, uffici pubblici di qualsiasi genere, sicché vi si gode libertà massima.
Finalmente sbarchiamo e le scolaresche vengono incolonnate per classi e condotte disciplinatamente verso un grande edificio squadrato che, nonostante i suoi cinque piani, riesce a mimetizzarsi dietro un filare di alberi simili a pioppi.
Esprimo il desiderio di un posto più quieto, e Mody è d’accordo. Non essendo, però, neanche lei molto pratica, chiediamo consiglio a un agente turistico il quale suggerisce un alberghetto assai piccolo, al fondo di una piccola insenatura che dovremo raggiungere in macchina seguendo viottoli numerati e arrangiandoci con una cartina e una bussola.
Ci informa che l’albergo è occupato in modo stanziale da una équipe di naturalisti, ma che vi troveremo due stanze libere.
La banchina contiene una zona riservata ad autotaxi a tassametro giornaliero, sicché, dopo avere recuperato i nostri bagagli, montiamo su uno di essi, e partiamo, non senza un po’ d’apprensione per l’itinerario, che non conosciamo affatto. Il tramonto non ci preoccupa poiché sappiamo che, nel Nord, le ore di luce crepuscolare sono più lunghe.
Alla fine, scopriamo che l’impresa non è poi troppo difficile, e nel tempo di una mezz’ora omeghiana, arriviamo. Tuttavia, giusto al calare definitivo del sole.
Ci presentiamo alla proprietaria, che ci attende a un bancone, alla base del quale, seduti a terra, giocano due graziosi bimbetti dall’apparenza di quattro e sei anni terrestri. In realtà, ci dice, ne hanno uno e mezzo e due omeghiani, e sono nati su “Lontana”. Nonostante la loro presenza, il luogo ci viene presentato come veramente tranquillo in quanto, ci dice l’albergatrice : - i naturalisti stanno fuori per tutto il giorno e non vi sono altri clienti. - Dovremo pagare un prezzo un po’ elevato, ma le mie carte di credito sono colme, e ne varrà la pena.
Chiediamo, pertanto, di ritirarci subito, e siamo anche contenti delle stanze, le cui finestre sono orientate a Sud, verso il mare, e a Nord verso un castagneto che vedo attraversato da un branco di cervi liberi, affatto intimiditi dalla vicinanza di insediamenti umani.
- Cosa mangiano, durante i periodi oscuri ? - chiedo a Mody, ma lei non si sente sicura della risposta.
- L’équipe dei naturalisti ne saprà certamente di più - mi dice - ed io rifletto che avrei dovuto pensarci da solo.
Siccome alla nostra latitudine il crepuscolo è molto lungo; avendo anche già mangiato a bordo e non volendo sollecitare la cena, ci troviamo a passeggiare scalzi, in tenuta da bagno, lungo la spiaggia. L’albergo sembra deserto, e finora si sono udite soltanto le vocine dei due bambini e, a volte, l’abbaiare di un cane che ancora non abbiam visto. Il lido, nonostante la sua bellezza, è completamente privo di ombrelloni, mentre alcuni natanti sono ormeggiati a un molo che si intravvede in lontananza.
- E’ sabbia desertica - mi dice Mody - ce l’hanno messa apposta.
Ne raccolgo una manciata che se ne fugge quasi completamente a terra.
- E’ veramente sabbia desertica - confermo.
Non conosco la geografia di Omèga, e immagino che anch’esso possieda un qualcosa di paragonabile al nostro Sahara.
Ci sediamo lungo la riva del mare, e il moto ondoso spinge l’acqua alle nostre cosce e bagna i costumi, tant’è che decidiamo di immergerci. Mentre giochiamo nel mare, ed io tocco il corpo di Mody, un gommone a cuscino d’aria, l’unico visto in quel posto, supera il basso promontorio che delimita un corno dell’insenatura e punta diretto verso di noi, abbastanza veloce da impaurirci e costringerci a fare segnali di presenza.
Sono i naturalisti, una mezza dozzina : accortisi di noi, deviano e, rallentando, entrano sulla terraferma, fermandosi definitivamente all’ingresso.
Indossano una specie di divisa verde-azzurra, una tuta bisex che fa immaginare abbiano trascorso la giornata nel bosco.
- Ci conviene tornare - consiglio a Mody - Immagino che, tra poco, la cena sarà pronta per tutti.
Dopo qualche altra breve bracciata, usciamo, torniamo in camera e ci rivestiamo un po’ più pesantemente, considerando l’approssimarsi del buio.
Di lì a un quarto d’ora, a cena, ci siamo tutti, ed il marito dell’albergatrice, che intanto si è fatto vivo, ci presenta al gruppo dei naturalisti, orgoglioso che l’extraomeghiano abbia prescelto proprio il suo hotel.
I naturalisti si presentano : sono due coppie di sposi, una chiaramente anziana, un’altra più giovane, insieme a due prestanti giovanotti, tecnici.
L’uomo anziano, d’aspetto ancor più vecchio del mio, ma tutt’altro che cadente, ha nome Renòn e, dice Mody, è un personaggio assai noto, già famoso in Omèga. Sua moglie, Anna, sembra avere una quindicina d’anni terrestri meno di lui.
I nuovi arrivati sembrano sinceramente contenti di vederci, si scusano per la sbadataggine di poc’anzi e, dopo averci invitati a riunire i tavoli, ci fanno sedere con loro.
Mi aspetto domande sul naturalismo terrestre, ma Mody precede tutti chiedendo notizie sui cervi.
Rispondono le signore le quali, come mi aspettavo, li conoscono uno ad uno, per nome.
I branchi hanno imparato a raggiungere enormi rifugi riscaldati e illuminati, riempiti di abbondanti riserve di foglie fresche ed erba - ci spiegano. Nelle isole settentrionali vivono liberamente daini, antilopi, gazzelle, zebre e simili. Non però elefanti, rinoceronti o ippopotami.
- Non è “Lontana” - ci spiegano - un giardino zoologico.
- Numerosi animali si arrangiano - aggiunge Renòn - ed alla fine se la cavano bene.
- Vi siete mai trovati in difficoltà ? - Chiedo, e mi si risponde che sì, specialmente all’inizio, quando si scoprì che molti imprevisti erano stati mal calcolati.
- Abbiamo di già esperienze da lunghi viaggi precedenti - mi dice Renòn - anche se intergalattiche come questa, in tutta Omèga, ve n’era un’altra soltanto, ed una, alla data della nostra partenza, era in costruzione. Aggiunge che la realizzazione del globo sul quale stiamo viaggiando richiese oltre trent’ anni omeghiani.
Finita la cena, ancora a base di pesce, mi aspetto che tutti se ne vadano, o sulla spiaggia, o nella propria camera, ma, con mia sorpresa, nessuno si muove, e sembra, anzi, che vi sia in tutti un’aria di aspettativa che non riesco bene ad intendere. Anche il maitre e sua moglie si sono uniti a noi, e sembra che aspettino.
- Che c’è ? - Chiedo a Mody, ma neanche lei mi risponde.
Finalmente Renòn mi si volge.
- E’ nato un bambino - mi dice senza preamboli, sottovoce.
Rifletto che esseri umani dotati di una capacità di tempo di vita quattro volte superiore a quella terrestre, per conservare l’equilibrio anagrafico debbano anche nascere e morire con una frequenza quattro volte inferiore. In una comunità isolata e vagante, di soli centomila abitanti, il fatto deve quindi costituire un avvenimento.
- La madre è una nostra collega - mi spiega Dana, la donna più giovane, e ci mettiamo tutti a sedere, in semicerchio, davanti a un monitor spento.
- Cosa succede ? - Chiedo a Mody, e la vedo commossa.
Risponde il maitre : - La nascita è avvenuta nell’ospedale centrale dell’isola Grande, ma i medici non consentono ancora la visione diretta. Quand’essi lo decideranno, vedremo il bambino.
E’ un canale televisivo che si può attivare con un numero su un computer - spiega meglio il giovane marito di Dana, e aggiunge che tutti i telefoni, su Omèga, possono funzionare come apparecchi televisivi a circuito interno. Rammento di possedere tale applicazione anche nel computer di casa, e di averla anche già utilizzata.
Dopo un’attesa di un quarto d’ora, finalmente il monitor si accende e vi compare una infermiera, la quale avverte che la linea non rimarrà attiva oltre un paio di minuti omeghiani. Compare un medico, poi il volto spossato, ma sereno, della madre, quindi una faccia neonata dagli occhi semiaperti e imbambolati, che guarda tutti senza vederci, e vagisce. Mody è in preda alla commozione, e non trattiene le lacrime.
- Ha i capelli neri, ed è riccio - mormora.
- Infatti, il padre è un bel giovane bruno, che fa il pescatore - mi dice la moglie di Renòn, mentre Mody ormai mi si appoggia a una spalla e piange, senza cercare di trattenersi. Ne so il motivo, ma fingo di non avvedermene e la consolo come posso, con battute di spirito e motti futili.
Quando la trasmissione vien tolta, ne ho un sospiro di sollievo.
- Quali cerimonie spettano ora al bambino, a parte la iscrizione allo ufficio anagrafe ? - Chiedo ora a Renòn, e con mia meraviglia, mi risponde : - il battesimo.
- Esiste dunque un clero ufficializzato, in Omèga ? Domando, e Renòn mi risponde che la religione universale ha tolto ogni tipo di coazione, ma non un clero volontario libero al quale compete di occuparsi dei problemi metafisici riguardanti la nascita e la morte dei singoli.
- Anche del matrimonio ? - Chiedo.
- Per alcuni sì - risponde - per altri il matrimonio è un affare esclusivamente civile, regolato dalla Legge.
- Sicchè, adesso, un sacerdote darà un nome al bambino ?
- No, il battesimo non c’entra col nome, quello lo impongono i genitori. Il prete prenderà in carico il bimbo nel genere umano e lo riconoscerà figlio di Dio alla pari con tutti gli altri esseri umani nel mondo. Nel giorno della morte lo riconsegnerà all’eterno. Gli obblighi spirituali finiscono qui : il resto è un rapporto di libera interpretazione. Nonostante tali apparenti riduzioni , il clero libero è assai numeroso.
Il maitre, che continua a tenere l’orecchio sopra un telefonino tascabile, a un momento si agita.
- Il suo nome è Mog ! - Esclama, e scorre fra i presenti un ultimo fremito d’emozione. Poi usciamo lieti, e ci tratteniamo sulla spiaggia, che l’albergatore, per un buon tratto, ha provveduto a illuminare artificialmente, sino a che il freddo e l’umidità della notte non ci ricacciano nelle nostre stanze.
Prima di ritirarsi, Renòn mi informa dell’esistenza di un gruppo di isole non distanti da quella in cui ci troviamo, nelle quali è stata volutamente impiantata, a scopo sperimentale, una vegetazione arcaica, mantenuta tale da una fonte sotterranea di calore. Invita pertanto, me e Mody, a visitarla ed a passare dal suo laboratorio, nel quale ci farà osservare un esperimento. Si tratta di un viaggio in barca di una ventina di minuti omeghiani, a bassa velocità.
Presi accordi, e dato un bacio un po’ freddo su una guancia di Mody, mi ritiro con gli altri. Ho dimenticato di essere in fregola : noi anziani, purtroppo, siamo fatti così.
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XII. XIII.
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