XIV.
Sono passati quattro giorni durante i quali una continua evaporazione ha provocato un graduale peggioramento delle condizioni meteorologiche generali, senza però che io e Mody rinunciassimo a ripetere, per almeno altre due volte, le nostre gite in barca lungo i bracci di mare interni alle isole, alla scoperta di nuove lagune in cui pescare qualcosa, o a terra a inventarci praterie sconosciute entro le quali fare amicizia con qualche antilope, o per guardare, in lontananza, i cervi.
Oggi è il giorno peggiore fra quelli trascorsi sinora : compatti cumuli bassi sono tornati a invadere il cielo, e sembra proprio che il nostro sole terrestre, pure avendoli lui stesso prodotti, ora non ce la faccia a disperderli. Per esaurirsi dovranno scaricarsi nell’acqua, e infatti piove e s’ode pure il brontolio del tuono.
Nel pomeriggio, a un’ora circa dal pasto serale, i naturalisti, arrivati in anticipo, portano una notizia attesa : la loro collega Buby, col figlio Mog e il marito, sono in procinto di arrivare, e infatti, di lì a poco, eccoti un autotaxi dal quale scendono gli sposini. Si affrettano, per porsi al coperto, col figlioletto avvolto in una giacca del padre, e intorno a lui si stringe la piccola folla dei biologi, e la famiglia dell’albergatore, compresi i piccoli.
Mody ed io, in disparte, osserviamo con simpatia, ma ci muoviamo solo quando Renòn ci presenta. Mody avvicina il suo volto a quello del bimbo, e lo vezzeggia a lungo, mentre io, cosciente della mia posizione di personaggio antropicamente anomalo, mi tengo volutamente in distanza, limitandomi a sorridere e a muovere il capo in segno di compiacimento.
Il peso del bimbo alla nascita, mi dice Anna, la moglie di Renòn, rapportato alla misura terrestre era di quattro chilogrammi esatti.
Ben presto gli sposi, però, si ritirano, annunciando un party per l’indomani, e Mody, che non sta in sé, mi propone di correre al porto, finchè c’è luce, a cercare un regalo.
Profittando della disponibilità del nostro autotaxi, partiamo, e dopo circa un’ora e mezza omeghiane, siamo di ritorno con una grossa confezione che racchiude più pacchi, che Mody non apre, riservandosi di farlo nel giorno successivo, in occasione del party. Per Mog, ha scelto una specie di lanterna magica a specchi, ove il bimbo potrà vedere, previo lavoro di predisposizione, il volto mobile e sorridente della madre, quello del padre, oltre a quelli di tutti gli altri personaggi che vi si vorranno introdurre, animali compresi. Per Frangy e Bosco, i due bambini degli albergatori, vi sono serie di minibamboline e miniautomobiline, proprio di quelle che piacciono a tutti i piccoli della Terra.
Il tempo non si è rimesso, sicchè il mattino successivo, durante la terza ora omeghiana, il party puntualmente comincia, all’interno della relativamente piccola sala da pranzo dell’ hotel.
I tavoli, a quattro sedie, sono stati allineati alle pareti per lasciar vuoto il centro ove, interprete principale della commedia della vita in questo giorno, è stato nominato Mog, disteso sulla sua carrozzella e coccolato dagli sguardi di tutti. Anch’io mi affaccio a guardarlo e mi produco in boccacce comiche alle quali, con mio malcelato orgoglio, il neonato risponde, almeno così sembra a me, ridendo.
Fra tutti, siamo meno di venti : sei del gruppo Renòn, quattro fra albergatori e loro figlioli, quattro addetti alla cucina e alle camere, i genitori di Mog, lui stesso, Mody ed io. Si tratta, in realtà, di una colazione comune migliorata appena da beveraggi analcolici un po’ abbondanti, da qualche pasticcino e da una bella scelta di varietà di frutta la quale, mi dicono, proviene tutta dalle serre delle fattorie equatoriali.
- Meno questa - corregge però Renòn, con orgoglio non simulato, e mostra un frutto da me mai visto che somiglierebbe, invero, a una mela, se non fosse per un incredibile color celeste, che a me sembra prodotto artificialmente.
- E’ un frutto buono da mangiare, sconosciuto anche su Omèga - spiega Renòn - compare ciclicamente su un genere di alberi arcaici della nostra isola.
- Allora è la mela del paradiso terrestre - concludo io, e tutti mi chiedono di raccontar loro la storia, sicchè narro di Eva e di Adamo, di Dio e del serpente, ed alla fine i presenti si trovano d’accordo nel proporre che Mody ed io si mangi la mela un morso per uno.
- Una sola ? Chiedo a Renòn, e lui mi dice di averla trovata per caso e averla portata lì di proposito, per mostrarmela.
Invero, il sapore è assai dolce e gradevole, ma non sa di mela ; la sua buccia più spessa e la sua consistenza densa e molliccia la porrebbero meglio fra il dattero e la banana. Neanche gli albergatori la conoscevano.
- Nemmeno su Omèga l’hanno mai vista ? - Chiedo a Renòn, ed egli me ne dà conferma.
- Occorrerà la fine del viaggio per presentarla e per tentare di riprodurla - mi dice - ed anche allora occorrerà preparare assai bene l’ambiente, poiché qui è nata per caso, mentre non siamo riusciti a ottenerla per via sperimentale.
- Neanche in serra ? -
- No, assolutamente. -
Alla fine del party, spiove, e Renòn manifesta il desiderio di tornare sulla sua isola, desiderio che viene condiviso anche da Aròn, il padre di Mog, che su quell’isola ha una imbarcazione da pesca.
Salutata la moglie Buby, e preso posto sul natante a cuscino d’aria che trasporta i propri colleghi, Aròn scompare ed anche il personale alberghiero si mette all’opera per ripulire, sicchè, rimasti soli con Buby e Mog, e rischiaratosi il cielo, Mody ed io proponiamo di uscircene per una passeggiata con la carrozzella, sul viottolo in pietra squadrata che costeggia la riva del mare oltre la spiaggia..
Si uniscono a noi i piccoli Frangy e Bosco, che ci fanno da scorta come torpediniere a un convoglio, correndo avanti e attardandosi indietro, rifacendo decine di volte il nostro percorso. Mody li sgrida, poiché il sentiero di pietra è stretto, mentre ai suoi lati l’erba, ancora fangosa, li inzacchera.
- Dovrò poi risponderne io ! - esclama con simulata irritazione, e si china a ripulirli, mentr’io avverto, nel tono della sua voce, una severità felice.
Ora mi offro di spingere la carrozzella, e scopro anch’io il sapore inquietante di una nostalgia mai sentita e per me impossibile : quella d’essere nonno. Tutto ciò, rifletto, condurrà alla delusione e al dolore sia me che Mody. Ma non c’è tempo per trattenersi su questi pensieri : ecco che la cagnetta Barambà, accortasi della fuga dei loro padroncini, scavalca una finestra aperta e corre con tutte le forze a lei consentite, a riacchiapparli.
La cagnetta Barambà, abbaiona quanto basta ad indurre i proprietari a tenerla nascosta nei momenti d’arrivo della clientela, è una barboncina omeghiana di mezza taglia, nera e bianca, atletica come tutti i cani della sua razza. Tenuta in disparte, era riuscita a presentarsi da sola, in occasione del party.
Raggiunti i padroncini, non la finisce più di prodursi in salti di entusiasmo, finché si becca, anche lei, una sgridata da Mody.
- Finirà col rovesciare la carrozzella - ci spiega, ed io e Buby facciamo cenni d’approvazione.
Siccome il cielo dà chiari cenni di miglioramento, ci attardiamo sul limitare del castagneto nella speranza di imbatterci in qualche antilope curiosa, ma siamo in troppi, e il cane non smette di far rumore. Ci accontentiamo, pertanto, di consentire ai bimbi di cogliere fiori di prato che, insieme ai funghi, abbondano, e dopo mezz’ora di passeggiata ci accingiamo a tornare.
A casa, c’è un messaggio per Mody : per trenta giorni non avranno bisogno di lei nell’aeroporto, sicchè, felice, corre a dirmelo, e corre anche da Buby mettendosi a sua completa disposizione nel caso volesse tornare dai suoi colleghi, nell’isola antidiluviana.
Aspettiamo la sera per ricevere conferma, e così, a cena, scopro di essere stato assunto, insieme a Mody, quale bambinaio volontario non pagato, per tutta la durata delle mie ferie.
- Addio gite in barca, conversazioni e spogliarelli piccanti - penso.
Mody, però, è sincera, e non scorgo in lei l’espressione di chi, assunto un impegno gravoso per vanità, resosi conto che le fatiche fisiche supereranno i compensi, si risolve a pentirsi. Né io stesso potrei, ormai, ritirarmi senza deluderla sinceramente.
Devo accettare, pertanto, il gioco : per un mese intero saremo nonni.
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XIV. XV.
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