XV.
Il mese di permanenza nelle isole equatoriali è trascorso, e ormai i doveri di Mody, che certamente è stata agevolata per favorire me, sono divenuti importanti, e sarebbe da irresponsabili cercar di evitarli più a lungo.
Stasera stessa, perciò, partiremo con un veloce aliscafo che ci consentirà di raggiungere la capitale già nel primo mattino.
Abbiamo, anzi, ormai abbandonato l’albergo e stiamo viaggiando, con il nostro autotaxi, verso lo stesso porto d’imbarco nel quale, ad oltre trenta giorni da oggi, eravamo arrivati.
Abbiamo già salutato tutti, Renòn e i ricercatori, Buby, gli albergatori genitori di Francy e Bosco, il personale addetto alle cucine e alle stanze, oltre a una mezza dozzina di nuovi ospiti arrivati nel frattempo.
Cos’abbia recato a me questo mese, non saprei dirlo con precisione : certo, le mie perplessità sono annegate nel grande mare della felicità che proviene dal sentirsi amati, poiché i piccoli amano molto, soprattutto a livello inconscio, chiunque, in qualunque modo, crei un ponte d’affetto verso di loro. Come dice Virgilio : - Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.
Un giocattolo prezioso, offerto con negligenza, può rendere infelice un bambino sensibile ; un sasso, che trasformiamo insieme in una faccia grottesca, o una pannocchia di granoturco che diventa Miss Marian, può esaltarlo. L’esigenza di osmosi è, per l’infante, legge di natura molto profonda, e il nonno è, di certo, la persona più idonea a provvedere a tale bisogna.
Questo sincero impegno, profuso senza che me lo proponessi, ha poi finito per influenzare il mio rapporto con Mody, la quale si è ormai sinceramente affezionata, tanto da lasciarmi intendere di poterla trattare come una moglie, cosa, comunque, che mi guarderò bene dal fare, per i motivi che tutti sanno.
E’ ancora lei a guidare la macchina, ed io, con gli occhi fissati sul variopinto paesaggio di sabbia, di onde e cespugli, che mi scorre rapidamente dinnanzi, mi chiedo cosa possa legare, in sostanza, un vecchio a dei bambini che giocano.
La felicità del vecchio consiste proprio nello scoprirsi parte di quel più che il bambino desidera per natura.
Mog, dopo due o tre dodecadi di vita, mostra sofferenza se lo si accudisce senza prestargli attenzione, mentre, per imitazione, ride se vede una faccia che ride, ed è in grado di capire se la espressione che gli si presenta è sincera.
Grazie a Mody, avevo imparato ad accudirlo senza schifarne le feci.
Bosco e Frangy, gli altri due bimbi abbondantemente autosufficienti, sono felici quando, nel gioco, si dà loro una qualsiasi cosa su cui agganciare il cuore e la fantasia ; maggiormente quando li si accompagna in lunghi percorsi e si mostra loro qualcosa da essi mai vista. Essi desiderano vedere, toccare, assaggiare e fare qualsiasi tipo di esperienza personale, meglio se sostenuta: non chiedono, però, l’indottrinamento.
Ma eccoci al porto e, alla partenza, un altro triste presentimento di nubi nere sull’orizzonte anticipa l’oscurità entro la quale, fra poco, saremo costretti a immergerci.
Al nostro arrivo, ritrovo la mia automobile sulla porta di casa. Dalla scuola, una novità : nell’insieme delle fattorie è stato riscontrato un aumento del numero di bovini e, non volendo abbatterne oltre il numero standard prestabilito, è stato deciso di aumentare la produzione di formaggio, incoraggiando il pubblico al loro maggiore consumo attraverso varie forme di esortazione pubblicitaria. Per questo motivo, a Mody è stato chiesto di cambiare posto di lavoro, e anch’io, che ancora devo attendere la fine dei novanta giorni prestabiliti, mi risolvo a fare domanda per aiutare provvisoriamente in un caseificio.
Per serietà, non ho chiesto di essere impiegato nello stesso reparto di Mody, e così, fra i miei compagni di lavoro ho conosciuto un altro anziano, un tale di nome Felo, insieme al quale contribuisco a produrre grandi forme rotonde di formaggio vaccino fresco, artificialmente stagionato, adatto al condimento di primi piatti, ma assai inferiore, almeno per la natura italiana del mio palato, al parmigiano.
Anzi, sollecitati imprudentemente proprio da me, stanno cercando di imitarlo, fruendo anche da testi carpiti ai media terrestri.
Sono qui già da una quindicina di giorni, ed oggi una brutta notizia : stamane Felo non è arrivato. Di solito il vecchio è assai mattiniero, e siccome, fra noi, si è realizzata una spontanea comunione di anziani, considerato lo stato della medicina su Omèga, me ne preoccupo.
- Forse non ha avuto il coraggio di sfidare il caldo - penso.
Dopo una mezz’oretta omeghiana, a mezza mattinata, si fa sentire al videotelefono e mi si presenta con un volto assai malinconico.
- Sei ancora a letto ? - Gli chiedo - Che hai ?
Mi dice di avere forti dolori alle ossa, e ne dà la colpa agli eccessivi sbalzi di temperatura dei giorni precedenti.
- Non penso sia grave - mi dice. - Noi anziani non dovremmo partecipare a viaggi così, alcune riviste mediche lo sostengono.
- Hai chiamato un dottore ? -
La medicina, in Omèga, è talmente avanzata e automatizzata, che questa domanda quasi lo sorprende.
- Un medico ?...Qui abbondano i medici profilattici, che sono venuti appositamente per te...e i traumatologi...- e, mentre parla, il suo volto passa dalla compiacenza del primo sorriso di circostanza, ad una tetraggine che lascia indovinare pensieri più cupi.
Io, però, sorrido.
- Sulla Terra sì che si sentono i dolori alle ossa...- dico - ...Domani ti insegnerò il vero formaggio italiano, quello stagionato sul serio...
In realtà, io non so fare il formaggio italiano, né alcun’altro formaggio, ma la cosa non ha importanza poiché Felo non capisce la mia battuta.
Gli omeghiani, infatti, almeno quelli che ho conosciuto finora, sono tutti curiosi di opere terrestri, soprattutto di quelle artistiche e artigianali, e non fanno mistero di ritenerle, quasi tutte, superiori alle loro.
Abbozzando un sorriso dolente, Felo mi lascia, ed io ne informo un assistente di scuola il quale, contrariamente a quanto mi aspettassi, si mostra inquieto : telefona al laboratorio profilattico della torre aeronautica e riceve assicurazione di un pronto intervento di controllo.
- Può essere importante ? - Chiedo. Uso questo termine in alternativa a quello di “grave” poiché, avendo fiducia nella medicina omeghiana e valutando alla buona l’età di Felo, mi era sorto, il dubbio che potesse esser giunto al termine naturale della propria esistenza.
- Proprio perché la medicina è avanzata queste cose non dovrebbero accadere - risponde - ...ma, sarà il tempo.
- E’ il tempo, certamente...in pochi giorni si sono avute escursioni di oltre quaranta gradi...e piogge...e poi, Felo è assai vecchio. -
- Ciò non vuol dire - e questa risposta mi fa venire in mente Renòn, anche lui altrettanto attempato.
Continuo il lavoro senza applicarmici troppo, e di lì a una mezz’ora richiamo il laboratorio.
Un uomo in camice bianco appare al videotelefono e mi passa Felo che, nel frattempo, è stato ricoverato.
- Che ti hanno detto ? - Fra quanto tempo sarai guarito ? -
- Non lo hanno detto -
- Ritieniti comunque sfidato a una corsa di cinque chilometri, appena il terreno sarà più asciutto. -
- Addio extraomeghiano -
- Ciao vecchio ! -
All’ora di colazione rivedo l’assistente che, nel frattempo, ha cambiato reparto.
- E’ proprio come avevo pensato - gli dico appena lo vedo - E’ una specie di artrosi dovuta al clima.
- Ne sono lieto...speriamo si rimetta nel pomeriggio. -
Nonostante i discorsi sull’umido, il sole scotta e fa ricordare senza nostalgia il clima caldo delle isole settentrionali.
- Sto trascurando Mody un po’ troppo - penso - ...e dovrei tornare nelle isole per portare i due libri terrestri promessi a Renòn... e a rivedere i bambini.
Ma sembra che l’angoscia, stamane, non voglia abbandonarmi...Ecco, infatti, una visione cattiva : fuori, nella campagna, un’automobile sfreccia rapidamente, ma il pilota, tradito dalla eccessiva velocità, sbaglia l’inclinazione in curva e porta la macchina a danneggiarsi.
Ne esce una giovanissima studentessa che mi sembra di riconoscere in Margy, la figlia di Dindi e Bea.
Esce di macchina gridando e agitando le braccia convulsamente.
- Che succede stamani ? - Penso.
Ed ecco che chiama gente, e piange, e alcuni fra coloro che ha radunato gli mostrano l’ingresso del capannone entro il quale mi trovo. Dopo alcuni secondi l’ampia porta si apre e ne entrano numerose persone, le quali si fermano sull’uscio, senza avanzare.
Osservo meglio la ragazza : è proprio Margy. Vorrebbe ancora gridare, ma la sua giovinezza, unita alla emozione che prova, glie lo impediscono. Allora si piega in ginocchio, e mi fissa singhiozzando.
Alla fine, un uomo mi si avvicina : non guarda me, ma coloro che mi stanno intorno.
E' morto il piccolo Mog - dice semplicemente… Per il bene di tutti occorre isolare il terrestre !
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XV. XVI.
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