II.
Il tempo necessario al raggiungimento della transgalattica “Lontana” è trascorso, ed io mi affaccio per guardarmi intorno. Il contrasto di nero e d’argento, che sino a qualche ora innanzi avevo contemplato con timorosa ammirazione, ora è completamente svanito. Con mia sorpresa, il sole riluce nuovamente di tutti i suoi raggi riflessi entro l’oceano aereo in mezzo al quale sono abituato a vivere.
Scendo dal mio lettino e mi accorgo di avere riacquistato perfettamente la sensazione dell’alto e del basso ; mi affaccio a un oblò e vedo il mare. Guardo stupito il cielo : il sole sfolgorante mi abbaglia. Posso rivestirmi con abiti miei, che mi sono stati restituiti stirati, ed evidentemente sterilizzati. Anche la mia valigia è stata rimessa in ordine. Esco dalla cabina, riattraverso gli spazi della navicella ormai non più illuminati da luce artificiale, e irrompo nella cabina di guida.
Mi accorgo di essere in preda a una emozione non ben definibile.
- Perché siamo tornati indietro ? - Chiedo.
I piloti ridono della mia sorpresa : dai posti guida la visuale è completa, e così posso ammirare l’azzurro di un’atmosfera completamente tersa, fatta eccezione per qualche umile cumulo bianco che l’astronave supera rapidamente.
Munyani mi fa ora cenno di guardare in basso : ma io vedo bene : c’è il mare, un magnifico lenzuolo verd’azzurro intenso, increspato di onde brillanti.
Sorpreso, chiedo di nuovo il motivo di quel ripensamento.
La nostra aeronave (ormai si può definirla così), si abbassa ancora sino a sfiorare l’acqua, e sembra che i miei piloti si divertano a zigzagare qui e là, come se guidassero a gioco. Intercettiamo una piccola imbarcazione di pescatori e ci abbassiamo sino a vedere le loro braccia gesticolare a saluto.
- Noti niente in particolare ? - mi chiede Pim Ydo, ma io sono troppo distratto per rispondere. - Guarda l’orizzonte - insiste.
Finalmente noto che, nonostante il cielo sereno e l’ottima visibilità, l’orizzonte viene raggiunto e ripercorso con grandissima rapidità. Osservando meglio, mi rendo conto che la nostra velocità non può essere così grande.
- Non è la Terra ? - Chiedo.
Sono certo che la nostra navicella non ha abbandonato il sistema solare.
- Abbiamo raggiunto la transgalattica - esclama finalmente Ydo - Quella che vedi non è altro che la superficie di “Lontana”.
L’aeronave riprende quota, aumenta in velocità e sfreccia rapidamente inghiottendo ripetute volte la distanza che la separa dall’orizzonte. Poi rallenta di nuovo.
Ecco un’isola, una terra selvosa e ripida, dominata da due tozzi coni vulcanici attivi dei quali, dal mio aereo punto di vista, non riesco a determinare l’altezza. L’isola è tondeggiante, selvosa, e ad occhio posso intuirne il raggio ad una ventina di chilometri. Lungo la costa, un porticciolo con poche case e qualche imbarcazione. Nell’interno, cave da estrazione e miniere.
- I due falsi vulcani - spiega ancora Pim Ydo - sono coni di scarico e di ricircolo delle scorie da fusione prodotte dai motori dell’astronave, collegati con il centro del nostro globo, nel quale, come nel centro della Terra e di Omèga, si trova la massa pesante del nostro fuoco, dal quale ricaviamo l’energia necessaria al viaggio.
- L'espulsione delle scorie è minima - continua - e basta questa foresta ad assorbirla. Agli antipodi di quest'isola ne esiste un'altra più grande, simile per forma al vostro continente antartico: un centinaio di chilometri il suo raggio.
Ora è Munyani a spiegarmi, senza abbandonare la guida, che le due isole sono state costruite, entrambe, sul parallelo equatoriale, in situazione antipodica.
“Lontana”, in modo analogo a un corpo celeste naturale, ruota su un asse Nord-Sud, ruzzolando come una palla a velocità di rivoluzione relativamente uguale a quella dei pianeti Omèga e Terra, compiendo, cioè, un giro in quasi ventiquattr’ore. Essendo, al contempo, un corpo navigante, “Lontana” non è costretta a movimenti di rotazione intorno ad astri, ma va veloce nelle zone oscure e rallenta in prossimità dei grandi soli universali che incontra. La sua asse di rivoluzione può essere, pertanto, regolata a piacimento, e il Nord viene, di proposito, diretto in favore dell’astro illuminante, per cui gode, in genere, di periodi di luce assai lunghi e di calore più intenso. La posizione equatoriale delle due isole maggiori favorisce, invece, l’abitudine umana alla regolarità dei giorni e delle notti. Le differenze, tuttavia, non sono notevoli e qui, nel trattare i termini Nord, Sud, Equatore, Poli, non bisogna lasciarsi fuorviare dalle conoscenze ordinarie.
- In breve - conclude Munyani - la transgalattica è un vero corpo celeste sferico, del diametro di settecento chilometri terrestri, che possiede una sua propria atmosfera interna autoprodotta, ed è difeso, all’esterno, da uno scudo a fasce incrociate di antimateria, la quale costituisce la nostra unica forma di difesa, capace di respingere qualsiasi meteora.
Chiedo quante persone vi siano presenti.
- Centomila, più o meno, quasi tutte nell’isola Grande. Poche sull’isola Piccola, che abbiamo superato testè, e poche di più su alcune isole settentrionali che fanno corona al polo nord e costituiscono luoghi turistici, e di lavoro per naturalisti e zoologi. - Qui siamo tutti volontari - aggiunge - agricoltori, operai, biologi, igienisti, pescatori, artigiani, medici, etc. Vi sono anche molti bambini nati qui.
Su “Lontana” esiste una sola grande città, naturalmente la capitale, costruita sull’isola Grande, il resto è suddiviso in fattorie e industrie che sovrintendono alle necessità globali. Il mare è profondo, in certi punti, sino a duemila metri, per motivi di smaltimento e ricostruzione delle sostanze organiche, mentre la parte di esso più bassa e pescosa è riservata alla industria peschereccia ed al turismo balneare. Esiste anche un certo traffico marittimo mercantile fra le due isole e l’arcipelago polare.
- E quanto durerà ancora il viaggio ? - Chiedo.
- Noi ci siamo impegnati per una ventina d’anni, sicché, trovandoci alla metà del percorso...altri dieci.
- Farò in tempo a morire - penso, ma non mi esprimo a questo riguardo.
Mi trattengo entro la cabina di pilotaggio, incuriosito dalla natura del territorio insulare polare che sfila veloce sotto di noi. Scorgo qualche villaggio immerso nei boschi e qualche villa lungo la costa ; nel mare, ancora imbarcazioni, e ancora saluti.
- C’è differenza fra la temperatura dell’equatore e quella dei poli ? - Chiedo.
- Non molta - risponde Pim Ydo - a parte il Polo Sud, che è sacrificato in favore di quello Nord. Ma occorre considerare che, essendo la nostra dimensione cosmica assai piccola, la relatività del nostro moto è molto diversa da quella di un vero astro. In pratica, abbiamo luce soltanto quando ci troviamo a navigare intorno a una stella incandescente che ce la dà , nel momento attuale, il sole. In alternativa, possiamo trovarci a percorrere anche distanze di mesi al buio, e a prendere calore soltanto dal nostro interno, e luce dalle nostre lampade.
- Qual è la vostra velocità di crociera ? - Chiedo.
- E’ variabile - risponde Ydo - Negli spazi oscuri superiamo di molto la velocità della luce ; affiancando un astro la nostra velocità diminuisce, causa la gravità ; salvo però poterne poi ricevere anche una spinta d’accelerazione.
Non chiedo riguardo al problema della velocità della luce, tuttavia, senza che io lo domandi, mi spiegano che la grandezza del pianeta Omèga è uguale a quella della Terra, e pari vi è, pertanto, il tempo di rivoluzione intorno al proprio asse. La differenza sta nella maggiore distanza di Omèga dal proprio sole, che è quattro volte più grande del nostro.
- La durata di un giorno è uguale ; l’anno omeghiano supera, però, di quattro volte quello terrestre. Esistono pertanto differenze di calendario, ma non di orologio. La giornata, in Omèga, è divisa in otto parti, ognuna delle quali di 108 minuti, ed ogni minuto è diviso in 100 secondi. Ottantaseimilaquattrocento secondi per noi in un giorno, ed altrettanti per voi. L’attimo fuggente, come si vede, è uguale dovunque.
- Da noi il giorno comincia un po’ prima dell’iniziar dell’aurora - conclude Ydo - verso quelle che, sulla Terra, sarebbero le tre del mattino.
Passo ancora un po’ il tempo a guardare in basso, ipnotizzato dal veloce scorrere del liquido azzurro, diverso in nulla da quello ammirato in tutti gli anni della mia vita; in questo momento, forse solo più calmo.
A un tratto, Munyani tende un braccio indicando davanti a sé. -Siamo in vista - esclama - ecco l’isola Grande.
Ed ecco, infatti, che l’isola maggiore appare, frastagliata di coste dai porticcioli accoglienti, verde e squadrata di prati e colture, ombreggiata di boschi, ridente di una modesta, ma graziosa città costruita sulla sommità di due colli congiunti a valle ; un quadretto naïf.
Nessuna costruzione di evidente rilievo : al contrario, abbondanza di spazi verdi sui colli e sulla base dei medesimi, salvo che nella piana di congiungimento, che mostra qualche palazzo di funzionalità, direi, terrena, evidente centro burocratico e commerciale di quel corpo celeste.
- Quella è la capitale - sorride Ydo -
Ora voliamo assai bassi : superata la periferia, niente più strade, ad eccezione di viottoli campestri adatti, in apparenza, soltanto all’uomo e ai quadrupedi.
Planiamo verso l’interno di questo territorio ove indovino, su di una superficie piatta e grigiastra, una serie di spazi cementati, tondi, predisposti per gli atterraggi verticali. Noto la presenza di comuni hangar e di alcune aero-astronavi simili a questa : tocchiamo il suolo rapidamente, senza scossoni né rumori, proprio come alla partenza.
Torno di corsa nella mia cabina, mi sbircio fugacemente a uno specchio e afferro i bagagli, ma Ydo consiglia di lasciar tutto a bordo. Scendiamo.
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II. III.
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