VII.
Il vasto prato che circonda il palazzo dell’erba, ondulato di collinette non fittamente alberate di pini e abeti, è invaso da un numero rilevante di alunni di varie età, che si dividono lo spazio sparpagliandosi in gruppi che fanno capo, ognuno, a uno o a diversi insegnanti. Alcuni gruppi ascoltano in semicerchio ; altri corrono e giocano ; altri, i più grandi, sono maggiormente dispersi e si capisce che si stanno occupando, individualmente, di problemi meno generici.
Passo accanto a un crocchio di bambini più piccoli governato da due insegnanti di sesso femminile, e ne approfitto per informarmi sul professor Dindi, il quale, mi dicono, si trova in alto, a circa duecento metri da lì. Vorrei incamminarmi, ma sono riconosciuto e trattenuto.
- Questo signore - dice una delle insegnanti ai fanciulli - è l’uomo terrestre.
La scolaresca mi si raggruppa intorno e la cosa incuriosisce anche altri studenti che iniziano ad avvicinarsi. In breve, mi trovo al centro di una piccola folla che, solo per merito degli insegnanti, riesce a non soffocarmi.
- Sulla Terra l’evoluzione biologica ha seguito lo stesso percorso che da noi - spiega una delle istruttrici sopravvenute - sicché, almeno in apparenza, non vi sono differenze somatiche fra le nostre persone e le loro : osservate il naso e le orecchie...il collo e la forma delle spalle...- così dicendo mi mette le dita sotto il colletto e inizia a sbottonarmi la camicia. Capisco che è molto se non me la cavo spogliato nudo.
- Conosciamo quasi tutti i vostri animali - mi dice personalmente - e, almeno quelli più noti, domestici e non, sono uguali ai nostri. Se vuoi, organizziamo una visita a una fattoria.
Me la cavo chiedendo ancora di Dindi, e finalmente mi consentono di allontanarmi su per un’erta erbosa, sulla sommità della quale mi soffermo, con un po’ di fiatone.
Dindi mi riconosce in distanza e mi viene incontro.
- Qui l’aria è fine come in alta montagna - mi dice, e noto, infatti, che anche la vegetazione vi si adegua.
- Gli alberi da frutto sono protetti in serre - aggiunge, anticipando una domanda prevedibile - così le coltivazioni di fiori. Appena le condizioni del viaggio lo permettono, approfittiamo di questo prato.
- Ma la pioggia ? - Chiedo.
- Oh, piove e nevica, certo, ma...i primi giorni di luce apportano solo calore...fra un paio di giorni, ne sono certo, tutto il prato andrà in fiore...per novanta giorni avremo una vera estate e ci abbronzeremo.
Neanche Dindi resiste, però, a presentare l’extraomeghiano agli alunni, e neanche qui manca chi mi tocca la faccia e mi palpa le braccia.
Per togliermi dall’impiccio, Dindi si scosta e mi prende con sé.
- Interrompiamo per un quarto d’ora - dice ai ragazzi, e si incammina sulla cresta della collinetta, seguito da me.
- Stanotte - dico - avrei voluto vedere la Terra, ma non ho saputo guardare nella direzione giusta.
- Non si vede - risponde Dindi - e non si vedrà, poiché ne siamo in eclisse : fra noi e la Terra c’è la cometa che si vede la notte. Anzi, “Lontana” ha tenuto conto di ciò, nei suoi piani di rotta, sin dalla partenza.
- C’è un motivo ? - Chiedo.
- Il motivo ufficiale sta nella semplificazione dei calcoli, quello reale nel fallimento del nostro primo incontro. Non vorremmo essere obbligati a ripeterlo...Per questo motivo il contatto è rimasto segreto e, per quanto riguarda noi, continuerà a rimanerlo.
- Capisco - affermo, e tronco la discussione per evitare che Dindi mi ricordi che ho ben tre mesi per ripensarci.
- Mi devo presentare negli uffici editoriali della biblioteca centrale, in città - dico, ma anche Dindi mi consiglia di prendermela comoda e fare prima un po’ di vacanza.
- Gli è - mi spiega, che non ti considereranno un lavoratore in forza sino a che “Lontana” non prenderà più decisamente la rotta di casa.
- E poi - prosegue - noi qui siamo volontari già pagati per fare il viaggio, anche se tutti ci siamo impegnati a eseguire un’attività utile. Anche tu, legalmente, sei pagato solo per questo.
Ma ecco che si accosta a noi, silenziosamente, un grosso veicolo a cuscino d’aria colmo di una venticinquina fra studenti e professori, i quali, dopo essersi fermati, cominciano a vociare per invitarmi a salire.
Riconosco qualcuna delle insegnanti incontrate giù a valle, una delle quali mi si rivolge.
- Vieni a far visita agli animali - mi grida - e riconosco in lei la “naturalista” che mi metteva le dita sul collo.
- Vai, vai - mi esorta Dindi : per loro è una cosa importante, vorranno che tu gli confermi, o neghi, qualche differenza somatica nelle galline.
- Ma io non sono zoologo - protesto.
- Ad essi, per ora, basterà l’apparenza...Io devo restare qui con gli alunni, altrimenti verrei.
Saluto Dindi, salgo fra il generale compiacimento, e partiamo.
Il sistema viario di “Lontana” che, a parte l’area cittadina, mi era parso, dall’alto, un intrecciarsi disordinato di viottoli di campagna, mi appare ora particolarmente interessante. I viottoli, infatti, sono lastricati in pietra levigata, quasi a imitazione delle antiche strade romane, e possiedono, ai lati, due corridoi paralleli d’erba rasa riservati ai veicoli a motore i quali possono, comunque, sconfinare nei campi. La pietra, invece, è lasciata ai pedoni o ai veicoli a ruota senza motore.
Il paesaggio alterna piccole radure a pascolo e a fiore, con piccoli boschi a macchia che, a volte il veicolo attraversa tenendosi più strettamente accostato al sentiero : vedo aceri, betulle, larici, faggi, eucalipti, cipressi, cedri e altra flora, con prevalenza per il carattere sempreverde.
Negli spazi aperti il pulmino si spinge veloce, senza troppo rispetto per le regole stradali, che imporrebbero la guida a sinistra.
Dopo una quarantina di minuti terrestri, arriviamo. Qui il territorio è sgombro, e vastissimi sono gli spazi aperti riservati ai pascoli e alle serre.
La fattoria nella quale entriamo è costituita da una decina di case coloniche non dissimili a quelle europee e americane. Vedo cavalli, mucche, cani, pollame, oche, tacchini, maiali...ed anche mosche, mosconi, api, farfalle...
- E’ tutto come sulla Terra - dico ai professori che mi stanno accanto...almeno alla mia apparenza.
In realtà, uno zoologo avrebbe probabilmente trovato una certa quantità di differenze, ma, per me, sono polli, maialini, colombe, tacchini...e poi fagioli, fave, piselli, carote, tutti con nomi omeghiani, certo, ma non peggio che se io, dall’Italia, fossi andato a visitare una fattoria in Ucraina, o in qualsiasi altra nazione straniera.
La colazione che ci offrono ha nulla di esotico : salame e prosciutto, con vino rosato, pane di diverse cotture e farine, una serie di assaggi di purea vegetali che però, anch’essi, rammentano gite da me compiute nelle masserie della campagna pugliese.
Interessanti, comunque, le enormi serre che fanno corona alle vaste corti e servono, oltre che alle coltivazioni, anche da rifugio per gli animali durante i periodi di oscurità prolungata.
Il grano, il mais, le barbabietole da zucchero e tutte le coltivazioni di tipo esteso - mi spiega uno degli agricoltori - si realizzano in serra. Se non fosse per le serre non potremmo compiere il viaggio.
Da qui, per un fenomeno ottico dovuto alla relativamente elevata curvatura del globo “Lontana”, si intravvedono, come per un miraggio, le cime innevate dei monti del massiccio centrale (invero, l’unica catena di montagne del nostro piccolo globo), che si elevano, mi dicono, alcune oltre i milleduecento metri, e dalle quali si diparte uno spartiacque fluviale artificiale che, attraverso caverne, trasporta l’acqua sino ai piedi delle montagne, da dove scaturisce nuovamente in sorgenti. Ciò impedisce il congelamento in quota e consente la funzionalità dei canali per uso alle serre.
Chiedo se vi siano grossi animali selvatici, ad esempio cani non addomesticati o lupi, ma mi si risponde di no, salvo animali da tana e uccelli, poiché tutto è finalizzato al viaggio. Nemmeno nelle isole settentrionali, mi si dice, esistono animali carnivori selvatici, la cui protezione sarebbe difficile da realizzare.
- Anche nel mare è così ? - Chiedo.
- Mi si risponde che, di proposito, sono stati evitati squali, o altri pesci pericolosi, o velenosi, e che l’equilibrio biologico lo si realizza pescando. Vi sono, tuttavia, i grossi mammiferi marini, mentre sulla terraferma viene abbattuto l’esubero di fauna libera : capre, cervi, caprioli e antilopi, le cui carni si trovano spesso nei mercati, o nei ristoranti.
- Dovresti fare una visita alle montagne - mi dice qualcuno : - non sono difficili da ascendere ; vi si trovano capre, turi, stambecchi e uccelli, anche rapaci, aquile non escluse.
Il viaggio di ritorno è chiassoso, come conviene a una scolaresca in gita, ma non abbastanza perché non mi si consenta di accomodarmi bene sopra un sedile e fingere di appisolarmi. Concludo che ragazzi e professori hanno, alla fine, rispetto della mia età apparente. Le fanciulle più giovani, che si son radunate nel fondo dell’autobus, hanno intonato un canto dolcissimo.
- Aid Flora, Aid Flora - chiede una di loro con voce elevata - passiamo dalla valle dell’eco ?
Penso che Aid sia un titolo dei dipendenti la scuola.
- Ma si allunga di due chilometri !
Non mi metto a far calcoli oziosi sui rapporti delle unità di misura omeghiane che sono, tutto sommato, quasi uguali alle nostre.
Ora anche i maschi sostengono la proposta, con un vociare più sostenuto. Non posso più fingere di dormire, e apro gli occhi.
- Cos’è la valle dell’eco ? - Chiedo, volgendomi a una insegnante che siede dietro di me.
- La valle dell’eco - mi dice - è un luogo costruito per realizzare giochi d’eco stupefacenti. A volte un suono, o un canto, ritorna a udirsi dopo alcuni minuti...E’ stato inventato un sistema di pareti rocciose e forteti che ospitano uccelli canori...
Chiedo di vedere il luogo, e gli accompagnatori impongono al conducente di modificare l’itinerario.
Su “Lontana”, finora, non mi sono mai accorto di trovarmi all’interno di un luogo aperto impiantato artificialmente. Nella valle dell’eco, invece, l’artificio è evidente, anche se le voci della natura, che lì ingigantiscono, sono reali. A volte sembra che un usignolo, che non vediamo ma che esiste davvero, si intrattenga a cinguettare sopra la nostra spalla, e s’ode il vento che piega l’erba e gli steli dei fiori. Ora i giovani gridano i loro nomi, dirigendo la voce verso le pareti rocciose che fanno da sfondo a quello scenario, e i nomi sono ripetuti con molto ritardo, quasi a sorpresa, e spesso con effetto ridicolo.
Un professore mi si presenta : - Sono Monsalvo, insegno saggezza - mi dice con tono allegro -...i ragazzi non si allontanerebbero mai da qui...però è un po’ tardi...
- Certo, capisco - mormoro, sentendomi un po’ colpevole - richiama pure i tuoi allievi.
- Monsalvo non ha allievi - interviene una insegnante - altrimenti, che saggio sarebbe.
Io rido e, nel termine di qualche minuto tutti risalgono, ed il veicolo riprende la corsa.
Per la seconda volta fingo di appisolarmi, ora però definitivamente, poiché, tutto sommato, il viaggio non è poi lungo.
Ad occhi chiusi rifletto sulla singolarità psicologica della disposizione al lavoro di quella gente. Nonostante siano tutti di già pagati in anticipo per il viaggio, mi sembra che tutti si impegnino.
Chiederò a Giully e Mody perché lavorano così sodo, visto che hanno le loro brave tessere del pane e nessuno le minaccia con un frustino.
Quando il pulmino ritorna, il prato della scuola dell’erba è, praticamente, deserto. Professori e studenti salutano ora con cortesia, ed escono senza affollarsi in un pigia pigia. Scendo anch’io e abbandono la scuola attraversando un largo viottolo e ritrovando la piazza attraverso un cancello. Rifaccio la strada percorsa al mattino e rientro in casa.
Il sole è ormai basso sull’orizzonte e il cielo dell’occidente tinge di toni rossi i morbidi cumuli che, da ieri, percorrono il cielo inseguendosi verso un’unica direzione.
Fra poco sarà notte di nuovo - penso - e prima di rientrare dovrò recarmi alla mensa. La difficoltà maggiore, per me, consiste ancora nella lettura dell’orologio.
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VII. VIII
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