Viaggio

 

 

IX

 

La città Grande, l’unica del corpo celeste artificiale e astronave “Lontana”, contiene, in anagrafe, i dieci decimi della popolazione totale di esso, pur essendone almeno otto distribuiti, come di già abbiam visto, nelle fattorie e nei porti periferici, nonché nelle isole circumpolari e nell’isola Piccola. Il suo territorio è, pertanto, rispetto alla quantità di popolazione effettivamente residente, assai vasto,e la città ha quindi aspetto turistico, esprimentesi, almeno nella sua parte collinosa, in una miriade .di ville nascoste all’interno di una vegetazione sempreverde alpina. A valle si concentrano numerosi negozietti e centri culturali e di svago, oltre che numerosi edifici pubblici, fra i quali il palazzo dell’economia ; il palazzo delle discipline morali ove qualsiasi cittadino può discutere problemi etici comuni e farli pubblicamente conoscere; il palazzo di giustizia ove si applicano i codici civile e penale di Omèga; due ospedali, uno centrale ed uno periferico ; due caserme di vigili urbani e pompieri ; numerosi sportelli bancari.

Di rilievo, il palazzo dell’artigianato, nel quale si concentra e distribuisce un piccolo esercito di riparatori, idraulici, falegnami e analoghi ; numerose chiese dedicate al culto universale ; un museo di scienze naturali che fa anche sperimentazione pratica ;  un palazzo dell’arte ; la biblioteca-casa editrice ; un paio di case da gioco, cine-teatri e poi centri commerciali, pub, ristoranti, sale da ballo, palestre e luoghi di igiene fisica, senza contare un paio di campi sportivi.

In periferia, industrie relativamente grandi di produzione, messa a punto e riparazione in elettronica e meccanica. La metallurgia estrattiva è, come mi sembra di avere già scritto, nell’isola Piccola, e la cosa crea anche un traffico di navi e mezzi pesanti esclusivamente industriali.

La città Grande, quindi, sebbene concentri e distribuisca, in pratica, solo una piccola parte dell’attività lavorativa della intergalattica, non è una città dormitorio. Ventimila persone vi lavorano e vi risiedono stabilmente mentre altre vi abitano a periodi, sostituendo questo luogo con l’altra, unica, reale alternativa di villeggiatura costituita dalle isole circumpolari del Nord.

 

Quanto ho scritto, è tutto senno del poi, poiché per ora so niente e Mody, mia guida, alla quale mi affido completamente, mi conduce in un ristorantino nascosto tra il verde di un boschetto, ove possiamo accomodarci all’aperto.

La cena è parca, come si conviene a una persona della mia età, che altrimenti poi si addormenterebbe. Mody mangia di più, e innaffia con vino bianco, che qui è leggero, non arrivando, immagino, ai dieci gradi.

Il crepuscolo, che all’equatore è assai breve, inoltra presto le ombre della notte, ma la giornata è stata calda e si sta ancora bene.

Quando finiamo, è buio, e lo spazio si illumina di piccole lampadine colorate, moda degli omeghiani, i quali sacrificano volentieri la funzionalità luminosa all’estetica. I colori chiari sono preferiti, ma ora che siamo tornati in strada vedo incrociare persino automobili con fari rossi e verdi.

Passeggiando, sembra d’essere all’interno di un palcoscenico, ed è anche bello osservare un luogo abitato in panoramica.

Saliti nuovamente in macchina, chiedo dove si vada, e Mody, comanda lei, suggerisce il cinema-teatro.

-  Ti aspetta una sorpresa - mi dice, ed io non insisto.

Da notare che il termine “cinema-teatro” indica qualcosa di un po’ diverso da ciò che noi conosciamo : sulla Terra, infatti, un unico locale può fare cinema, o teatro, a seconda dei casi. Il locale, invece, entro il quale adesso mi trovo, è un vero cinema, con un grande schermo di tela disposto orizzontalmente sul pavimento, sopra il  quale si muovono personaggi virtuali, tridimensionali, che sembrano veri. Mody non è in grado di spiegare questo meccanismo, ma io immagino che, forse fra qualche lustro, potrebb’essere fattibile anche da noi.

Il locale è emisferico, con qualche centinaio di posti tutti occupati, segno che lo spettacolo interessa.

Appena comincia, ecco la sorpresa : si tratta di un vecchio film italiano, adattato ai colori ed alla tridimensione, che rappresenta, nientemeno, l’opera lirica “Lucia di Lammermoor” di Donizetti. Il cast è formato da vecchi cantanti ormai non più in vita che, a rivederli in quel luogo, commuovono. Anche la lingua italiana, riudita lì, tocca il cuore.

Per contrasto, segue uno spettacolo comico di attori omeghiani, assai divertente, fondato sugli stessi canoni aristotelici ancora validi sulla Terra, ma più ingenui e, certamente, meno inconsapevolmente amari.

Noto che il pubblico apprezza entrambi i tipi di spettacolo, anche se Mody, quando usciamo, si intrattiene soltanto sull’opera lirica.

- Voi terrestri - mi dice, appoggiandosi un poco al mio corpo - ci siete assai superiori, nell’arte.

Non rispondo, e rifletto che chi mi parla è una persona umana vissuta per un tempo reale di vita superiore ai 200 anni. So che in Omèga, ed anche qui su “Lontana”, le pinacoteche espongono riproduzioni della nostra arte pittorica e di scultura, di tutti i secoli e di tutti i luoghi. Tutto ciò che essi hanno potuto carpire dai nostri “media”, sia nell’occasione del loro primo viaggio, che in seguito, è stato presentato in Omèga, non come aspetto di un’arte esotica, ma come rappresentazione dell’arte in sé, secondo simbologie e ipostasi di valore estemporaneo e universale.

Ma forse è questa una contraddizione giustificata, visto che noi facciamo le guerre ; che non sappiamo ancora cosa sia la politica, ma solo l’arte di governo ; che la maggior parte dei paesi del mondo non sa ancora mangiare, né bere, né arare un campo, né produrre un lingotto d’acciaio, o estrarre un chilogrammo di carbone dal suolo, senza torturarsi in lotte di classe ; che non è vero che Dio è morto, come diceva quel tale filosofo, ma che lo abbiamo ammazzato.

Nonostante tutto questo, gli omeghiani ci ritengono superiori, solo perché hanno sentito cantare qualcuno dei nostri vecchi tenori, o soprani, o avere ammirato le opere di qualcuno dei nostri vecchi maestri rinascimentali, o fiamminghi.

Evidentemente, c’è qualcosa in noi che deve ancora prodursi.

 

Quando torniamo a casa, è passata da un pezzo la mezzanotte, che in Omèga non è l’ora che conclude il giorno, ma corrisponde all’inizio dell’ottava. Per salutarmi, Mody stringe il suo corpo accanto al mio, senza baci, ma intrattenendosi abbastanza da farmi apprezzare tutta la sua femminilità. So che la rivedrò puntualmente, in tuta, fra poco più di due ore omeghiane.

Tutto sommato, è stata una serata diversa ed assai piacevole. Quando potrò, sarò più assiduo con Mody, sempre che lei continui ad accettarmi.

Domattina, però, mi recherò un’altra volta in città.

 

Sull’iniziare della seconda ora, puntuale, dopo aver salutato Giully, ringraziato Mody e avere compiuto il mio primo viaggio su un’auto a cuscino d’aria guidato da me, mi presento nella sede della biblioteca centrale, il cui direttore, un tipo enorme con barba folta, in apparenza sulla cinquantina, si mette subito in moto per farmi conoscere i vasti magazzini, librari e mediali, entro i quali non poca parte occupano i documenti di provenienza terrestre, tradotti e non.

D’interesse la “Scuola dell’occhio e del pensiero”, annessa alla biblioteca, che io dovrò frequentare e dove apprenderò storia, filosofia, geografia, arte e altre cose omeghiane. Importante la casa editrice, l’unica a produrre libri su “Lontana”.

Il direttore mi dice che, passati i novanta giorni prestabiliti, salvo un mio rifiuto, lavorerò qui come traduttore. Gli scrittori locali, una cinquantina, sono liberi soci della biblioteca, provenienti da ogni tipo di attività, oltre che dalle scuole e istituzioni scientifiche. Le spese di stampa e distribuzione sono a carico dell’Ente, e sembra che i bilanci, alla fine, non siano in perdita.

Su Omèga chiunque può scrivere un libro, poiché la comunicazione delle idee fa parte dei diritti  riservati alla natura umana, e chiunque ha diritto di venderlo senza che su di esso interferiscano giudizi “a priori” antecedenti quelli del pubblico.

Per selezione naturale, chi ha più lettori sarà incoraggiato a scrivere ancora ; chi ne ha di meno, a smettere.

- Esistono due tipi di scrittori - mi dice il direttore - gli scrittori di idee e quelli di parole. I primi possono anche essere analfabeti, così come i vostri Omero, Maometto, Carlo Magno e, probabilmente, Gesù Cristo.

 

Nel pomeriggio, prima di riprendere la strada verso il mio appartamento, mi trattengo sulla letteratura omeghiana, incuriosito dal problema di cos’abbiano ormai da dire i buoni scrittori in questa parte dell’universo, cosa possano mai raccontarci di forte, di interessante, di avvincente, di sublime, essi che, probabilmente, non hanno alcuna esperienza diretta della tragedia umana realmente vissuta.

Passo, pertanto, un pomeriggio a leggere, ma non venendo a capo di queste riserve, le esprimo a un bibliotecario, il quale mi fornisce una decina di brevi romanzi ed altrettanti dischetti televisivi da introdurre nel computer di casa.

Prima di accomiatarsi da me, il direttore mi consiglia di proseguire la visita di “Lontana” e di recarmi nella fabbrica del “Dado di ferro”, allo scopo di capire altre cose della vita sull’astronave, e di Omèga in genere.

Riparto, e, alla sera, ceno normalmente alla mensa dell’aeroporto.

 

____________

 

IX.     X.

TORNA  A  LETTERATURA

HOME