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Il lettore non pensi che io abbia intenzione di mettere per iscritto
memorie di vita militare.
Mi riferisco però all'ultima
grande guerra durante la quale - e la cosa è divenuta sempre
più evidente nelle piccole guerre degli anni successivi,
massime ai nostri giorni - i cosiddetti "civili" avevano,
già allora,
probabilità di sopravvivenza forse minori di quelle
dei militari al fronte.
Un'altra cosa: il fatto
che io abbia vissuto in prima persona gli episodi che qui
racconto, e che mi ingegni ad essere sincero, non dà, a
questo scritto, carattere di documento storico.
Su questo sono sostenuto
dalla opinione di Benedetto Croce, che qui riporto con
parole mie:
la storia non è mai una
semplice raccolta di documenti, per quanto essi siano veri,
o tali possano apparire.
Oggi poi che la
disponibilità dei "media" è sterminata, penso che ognuno di
noi - volendo - potrebbe dimostrare, a proprio agio, qualsiasi tesi.
Ciò però non significa
che i documenti - quando non falsi - non siano educativi. Essi lo
sono, ad iniziare da quelli sui processi alle streghe, ed
anche quando vogliono sostenere fazioni opposte.
La storia non si risolve
in racconti, e c'è sempre gran differenza fra una
esposizione di documenti e la descrizione esauriente di un
fatto e delle cause che lo hanno prodotto, o delle
conseguenze che ha provocato.
Emergono perciò, da un
vero racconto storico, soprattutto "la dimensione"
dell'insieme della struttura e della comunità umana presenti
nel tempo descritto.
Il momento cronologico
che sto descrivendo lo attraversai nella città di Fiume,
allora italiana, a iniziare dal 1943, in età fra i 14 e i 16 anni,
troppo giovane per essere richiamato nella leva
in quel tempo, o per
passare nelle formazioni partigiane italiane che operavano
nel Nord - Est; troppo avanti negli anni per essere
considerato ancora un infante bisognoso di cure materne.
La mia esperienza di
guerra iniziò, come penso quella di tutti i cittadini
fiumani non militari vissuti in città, dai giorni
immediatamente successivi all'8 settembre 1943, quando Fiume si trovò separata dal resto
d'Italia, sebbene non
completamente senza governo, esposta alla minaccia della
occupazione slava, e poi "liberata" dall'esercito tedesco
che istituì, nella zona litoranea liburnica, una
amministrazione propria che tolse già allora, ufficialmente
all'Italia la sovranità nazionale su terre che oggi, in
maggioranza, fanno parte dello Stato croato.
La Repubblica Sociale
Italiana, istituita, quasi contemporaneamente, nel
territorio italiano non ancora sotto il controllo delle
forze alleate che lentamente risalivano dal Sud, ebbe
comunque agio di istituire in città una propria leva
militare, mantenere un
Comune italiano almeno di nome, e forze "autonome" di polizia.
Naturalmente, se questo
fosse un racconto storico, la situazione richiederebbe una
migliore puntualizzazione.
Nomi italiani divenuti
successivamente di spicco internazionale: Giovanni Palatucci e Riccardo
Gigante, entrambe uccisi: il primo in un campo di
concentramento in Germania, il secondo dai partigiani titini
nei giorni successivi il 3 maggio 1945, insieme ad altri
onesti cittadini di sentimenti italiani o autonomisti,
citati in questo sito nello "Speciale Fiume".
Le forze italiane locali,
per quanto limitate e "secondarie" rispetto a quelle
germaniche, riuscirono, in situazione assai più difficile
che nel resto d'Italia, a garantire - nei limiti del
possibile - una certa legalità ai cittadini e persino a procurare una
qualche protezione agli ebrei.
Ciò perché, nel complesso
di tutte quelle terre, il sentimento di difesa della
italianità e della vecchia cultura mitteleuropea autonomista
(però non croata, e non neo-germanica) fu sempre prevalente rispetto allo interesse politico
partitico,
purtroppo, invece, dominante nel resto del territorio
nazionale.
Cosa che - mi permetto di
scriverlo - non fu mai completamente capita dai non
giuliani, e che, in seguito, divenne una delle
principali fra le numerose cause dell' esodo.
Tra la fine di agosto e
il settembre del 1944 ci fu una chiamata di cittadini
reclutati coattamente a lavorare alle dipendenze della
Wermacht (l'esercito germanico), con lo scopo di partecipare
alla costruzione di una serie di opere scavate sul terreno petroso
carsico limitrofo alla città - camminamenti, trincee,
gallerie - opere che avrebbero dovuto servire a
contenere l'avanzata dell'esercito regolare jugoslavo, che
progrediva dalla Serbia.
Nostri strumenti di lavoro
erano: lo "stampo", un grosso chiodo di ferro, spesso
un paio di centimetri e lungo poco più o meno di un metro,
il quale era sostenuto, sul piano terreno o sulle pareti
verticali in galleria, fra le ginocchia di un uomo seduto, o
su una spalla di un uomo in piedi, e lo si adoperava
comunque in due persone, un mazzolatore e un reggitore, che si
scambiavano circa ogni quarto d'ora. La sassaiola e il
terriccio prodotti
erano portati via con una "ziviera", una portantina di legno,
a quattro braccia, con la quale altre due persone toglievano i sassi e il terriccio di scavo.
Poi, naturalmente, pala,
piccone e carriola, e in più tubetti di dinamite per coloro
che lavoravano in galleria, e qualche sega a due
braccia, e "manera" per quando c'era necessità di
tagliar alberi. Armamentario, nel complesso, non molto
moderno, nemmeno per quel tempo.
Avevamo il permesso di
appropriarci della legna avanzata, e allora la si
divideva in "zocchi" e la si portava a casa entro lo
zaino, oppure a spalla, quando si trattava di alberi giovani
ripuliti dei rami.
I lavoratori erano
suddivisi in piccoli gruppi di non più di dieci, tutti con un
loro capo, che di solito era il lavoratore più
anziano, il quale dava il suo nome al gruppo stesso.
I tedeschi, infatti, ogni
tanto venivano a dirci: - Il gruppo del Vidulich è il più
bravo. Oggi la sua galleria ha avanzato di cinque metri.
In seguito si venne a sapere che
c'era stato un accordo.
Il nostro era il gruppo
del Vincenzo Bellini, un cinquantenne brillante,
raccontatore di barzellette ottocentesche, i cui
protagonisti erano arcipreti, frati priori, mogli in
calore e mariti cornuti. Ex soldato austriaco sul fronte
russo, ex prigioniero, ci propinava, sulle sue avventure,
probabilmente un sacco di balle.
A volte, durante le soste
del pasto, teneva lezioni di parafilosofia.
- Le donne ragionano con
l'utero - diceva, e poi, dopo un po' di silenzio,
aggiungeva: - Però anche gli uomini possono ragionare allo
stesso modo. - Non alludeva al sesso e noi, quindicenni,
gli attribuivamo grande profondità intellettuale.
Il fatto che
l'Inghilterra avesse già vinto la guerra era per lui un
fatto scontato.
- Gli inglesi - diceva -
non fanno la guerra "a culo", come noi.
Essi, prima di
cominciare, si mettono intorno a un tavolo e calcolano
tutto. Se conviene, entrano in guerra; se non conviene, non
la fanno. Per questo motivo non hanno mai perso.
Hitler, per lui, aveva
due grandi difetti: uno, non conosceva le lingue; due, non
era scacchista, e con tali lacune non avrebbe potuto
mai vincere.
Non ci si meravigli di
tale libertà di espressione. Se è vero che in città non
mancarono le vittime dei campi di concentramento nazisti, in
campagna, proprio a causa della giustificazione che ci
veniva dal nostro lavoro e da un forte spirito di
reciproca cooperazione, la fiducia fra i cittadini era assoluta.
Passammo in quel modo
l'intero inverno fra il 1944 e il '45.
Al mattino si partiva,
molto per tempo, dalla stazione ferroviaria di Fiume, su
carri merci o di terza classe, a seconda della fortuna, e ci si
fermava alla stazione successiva di Mattuglie, salvo
che per coloro che proseguivano ancora.
Per motivi di sicurezza,
davanti la motrice, che poteva essere elettrica o a vapore, erano agganciati due o tre
vagoni scoperti, colmi di sassi, i quali avrebbero dovuto
assorbire eventuali attentati con mine, che, a mia memoria,
sulla nostra linea mai avvennero, salvo attacchi aerei molto
violenti, su Fiume in particolare, e su tutte le stazioni
ferroviarie dell' Istria in genere.
Il primo giorno di lavoro
- ricordo - faceva ancora caldo; ci radunarono tutti su un
prato ove ce ne stemmo qualche ora a contarci e ad oziare, e
dove ci passarono la nostra razione di sigarette - la prima
sigaretta della mia vita - probabilmente una "turca", il cui
sapore e odore mi tornano ancora nel naso e alla gola quando
ci penso.
Tutti noi giovani
fumavamo, in quanto nessuno sarebbe riuscito a
barattare la propria razione di sigarette in cambio di pane,
cosa che, invece, mio padre
raccontava, facevano anche i soldati al fronte durante la
prima guerra mondiale.
Mi ci vollero almeno una
dozzina d'anni e una malattia intestinale, per liberarmi dal
fumo.
Alla sera, la strada in
discesa da Mattuglie a Fiume si poteva percorrerla a
piedi, oppure - fidandosi - in treno, salvo poi dalla primavera
del 1945, quando fare la strada a piedi (poco più di una
dozzina di chilometri) divenne una necessità causa
l'incrudelirsi della situazione bellica.
Il rancio consisteva
normalmente in un piatto unico, una minestra che la mia età faceva apparire
saporitissima, e di quel poco che ci portavamo da casa, di
solito un paio di fette di polenta fritta. E non si pensi
che io voglia far qui pompa di misero. Da questo punto di
vista la situazione era comune.
Si mangiava in gamella
metallica e la minestra ci veniva portata entro un carro a
cavallo e in bidoni del latte di una decina di litri, che,
anni prima, le "melekarizze", lattaie ambulanti
croate, portavano ai
cittadini di Fiume dalle alture di Susak, la città croata
divisa da noi dal torrente Eneo. Oggi riunita.
L'incaricato del
trasporto del cibo partiva da una lontana cucina da campo e dopo avere concluso il giro
di tutti i gruppi, ritornava con i bidoni vuoti.
La qualità non so, ma la
quantità era sempre abbondante.
Per caso il nostro era
l'ultimo gruppo di lavoro e quando il carro arrivava, un
quarto dei
bidoni era ancora pieno, cosa grazie alla quale la nostra
razione era sempre "a volontà".
Tale fortuna la
dovevamo al fatto che il trasportatore non finiva lì il
giro, ma prima di rientrare passava da un contadino al quale
lasciava il resto, che diventava razione per animali,
ricevendone in cambio buoni piatti di spezzatino di carne a
gulasch.
Tale era l'entusiasmo del
nostro vettovagliatore, che egli si confidava
con noi con enfasi, e con tale gratitudine da renderci tutti suoi
complici.
Ricordo che una volta
consumai tre gamelle piene di zuppa - corrispondenti a
nove piatti, cosa che non riuscii più a uguagliare nemmeno
quando fui poi richiamato (in ritardo), nell' esercito
italiano, al Centro Addestramento
Reclute di Verona.
I tedeschi - almeno
quelli conosciuti da me - erano brave persone, molto lontane
dallo stereotipo del soldato ottuso e fanatico disponibile a
qualsiasi comando.
Già, appartenevano a
classi anziane, e tutti di bassa forza. Erano consapevoli di
avere perso la guerra e, specialmente negli ultimissimi
mesi, ci trattavano quasi in tono subalterno, non
nascondendo invidia, per noi che, tutto sommato, avevamo
ancora una casa e una famiglia verso cui riparare. Anche se
in realtà molti fra noi, compreso lo scrivente, la casa non
l'avevano più, distrutta dai continui bombardamenti che,
dall'inizio del 1945, si susseguirono.
Fra il marzo e l'aprile i
nostri guardiani ricevettero un rinforzo di soldati -
ragazzi forse più giovani di noi, i quali, senza esagerare,
ci temevano. Non che il nostro "bullismo" andasse oltre lo
sgranellare un po' di terriccio sulla canna dei loro fucili,
quand' essi ci voltavano le spalle, però, sia noi che loro
capivamo, per istinto, che le cose, a quel punto, erano
veramente concluse.
Non so che fine abbiano
fatto quei soldati - gli anziani ed i giovanissimi - nel
proseguire dei fatti bellici, ma confesso che il
ricordo di essi mi ha seguito profondamente per tutto il
resto della vita.
C'erano inoltre fra noi,
anch'essi arrivati negli ultimi mesi, alcuni veri soldati
jugoslavi (non partigiani), che poi io stesso, a guerra
finita, rividi in divisa, con stella rossa sul berretto. Non
so come avevano fatto a infiltrarsi, ma fra tutti i
lavoratori, costoro erano i più tranquilli, salvo che,
probabilmente, si dové ad essi qualche attentato dinamitardo
alle nostre gallerie, azioni che, in seguito, furono
attribuite ai "partigiani".
I fatti veramente bellici
nei quali fummo coinvolti - a parte i bombardamenti sulla
città, ai quali assistevamo da non più di una decina di
chilometri in linea d'aria - furono alcuni mitragliamenti
diretti sulla stazione ferroviaria, di Mattuglie, il
principale dei quali avvenne il 20 aprile, ultimo genetliaco
del Führer. Lo ricordo, perché in quel giorno ricevemmo una
scatoletta di carne, ed anche perché, da allora, una volta
tornati a casa facendo la strada a piedi, vi rimanemmo sino
al successivo 3 maggio, quando potemmo finalmente uscire dai
rifugi antiaerei entro i quali ogni tanto entrava una ronda
militare germanica intenzionata a riprendersi i lavoratori
scappati.
Penso però ci fossero fra
noi anche soldati della R.S.I. (o assimilati tali).
Noi ci nascondevamo nei
cunicoli d' aerazione, fatti a chiocciola e abbastanza
grandi da contenere decine di
persone. Però, non ci sarebbe voluto Sherlock Holmes per
indovinare dove eravamo.
Se mai ci trovarono, ciò
si dové probabilmente al fatto che ormai nessuno aveva più
voglia di fare il proprio dovere, o riteneva più conveniente
non farlo.
Fine della Prima parte
Seconda parte
B A S E
H O M E
SPAZIO FIUME
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