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Chi
avesse udito affermare - discutendo sui giuliani - che la
guerra per essi non finì nell'inizio del maggio 1945, ma
continuò, senza porsi limiti di tempo, sino alla completa
definizione delle vicende individuali della popolazione
civile intesa "uno per uno", sappia che tale affermazione,
se pure ripetuta per oltre 60 anni, non è affatto un
luogo comune, ma corrisponde a
un esatto criterio di verità.
Posso
riferire per me stesso e la mia famiglia all'interno
dell'ambiente cittadino dell'epoca, naturalmente, lo ripeto,
senza pretendere di ricavare da ciò conclusioni di valore
documentario.
L'esplosione di gioia che seguì la fine della seconda guerra
mondiale in tutte le città del mondo, da noi non ci fu, e
ciò è comprensibile in quanto si può capire la differenza
fra città quali Parigi, Londra, Mosca, ed altre in Europa e
altrove, ove le ferite materiali erano ancora aperte, ma
dove comunque il sentimento di avere almeno superato "il
peggio" era vivo, e quella delle nostre terre ove invece
esisteva ancora la identica atmosfera di precarietà
esistenziale già conosciuta al tempo della occupazione nazista.
Un
collegamento si potrebbe forse fare con le nazioni
dell'Europa centro-orientale, ove però una struttura
ufficiale di "patria" era ancora rimasta.
A
differenza dall'Italia, non avevamo la libertà di scelta
filosofica, astratta quanto si vuole, ma che al tempo stava
giustificando - e molto di più di quanto ci si immagini ora
- la democrazia.
Inoltre,
mentre oggi tutti sappiamo che le Conferenze di Teheran
e Yalta avevano già fatto i loro giochi e che la sorte
almeno di Fiume, Pola e Zara era ormai definita (il
successivo "Trattato di Osimo" non riguarderà queste città e
solleverà un altro genere di problemi), nei luoghi descritti
si realizzò un teatrino diplomatico orientato a lasciar presumere che si stesse "trattando" e facendo qualcosa.
I
cittadini di sufficiente età e buona memoria ricorderanno
le "Commissioni internazionali" che circolavano per le città
giuliane facendo finta (o illudendosi) di lavorare alla definizione della
composizione etnica della popolazione.
Ricorderanno il "kolo" (ballo contadino a girotondo) che
nelle serate di maggio fu organizzato per simulare
l'esplosione di gioia di una popolazione slava che
finalmente, dopo secoli di oppressione austriaca e italiana, poteva esprimersi liberamente secondo la propria
cultura.
Tale
scenario, appesantito da un'atmosfera di rapporti umani
semplificati in due ceti, uno dominante, ed uno subalterno
(protetto il primo da una polizia di Stato), possono dare
un'idea abbastanza chiara di quella che doveva essere
la situazione delle popolazioni giuliane nei primissimi anni del dopoguerra.
Naturalmente, la nostra cultura non era quella che si
voleva mostrare alle "Commissioni".
Sino ad
allora i diversi valori nazionali si erano amalgamati bene e
rafforzati tutti (non confusi), per cui, ad esempio, un
italiano educato là sarebbe diventato un buon italiano; un
austriaco o un ungherese avrebbero offerto le loro migliori doti di capacità
mercantile e amministrativa; un croato sarebbe diventato un
ottimo maestro nello Squero, avrebbe assimilato il veneto
quale lingua di lavoro e si sarebbe addirittura auto
imposto un titolo nobiliare sul cognome aggiungendo una h alla c
finale
Purtroppo, l'apporto
croato (il vero apporto croato) rimase sconosciuto, e la
colpa è certamente dei tempi e della politica in genere.
L'apporto,
invece, della cultura italiana (non veneta) si realizzò meglio al
tempo dell'Austria e fino a d'Annunzio, quindi, più o meno
velocemente, decadde.
Ad
esempio, mio zio di parte materna, Riccardo Rack, era
iscritto alla "Giovane Fiume" e fu internato, dopo lo
scoppio della prima guerra mondiale, nel campo di
concentramento ungherese di Kiskunkalas, da dove ne uscì a
guerra finita.
Lui però
non era fascista, era repubblicano storico - cioé democratico - e
portava un'anima che, dopo l'impresa di d'Annunzio, si perse
subito.
Si veda,
nello "Speciale Fiume" la scrittura di Proda dell' "Aquila
sula Tore", nonché la tesi della dott.ssa Primeri, con
l'allegato "La Carta del Carnaro". Tale tipo
di nazionalismo non durò.
L'Italia,
nel campo dell'educazione popolare, portò principalmente
musica e poesia. Non mi riferisco ai teatri, ma all'arte che
già si era manifestata attraverso i cori e la poesia vulga
(anche nelle favole che io, da bambino, udivo da mia madre),
pur se nei balli, ovviamente, eccellevano gli Strauss.
Dall'Austria, piuttosto, a parte la mai troppo lodata
amministrazione burocratica, provenne una certa tradizione
alberghiera e culinaria, divisa da quella ungherese anche geograficamente tra Fiume e Abbazia,
come più volte ci ha descritto Giulio Scala.
Altrettanto per lo sport, specie il nuoto, la lotta libera e
il moderno football, ove Austria e Ungheria si dividevano il
primato del centro - Europa, e forse qualcosa di più. Anche nel gioco
degli scacchi, Fiume, nel secondo scorcio del 'Novecento,
poté recare all'Italia un
campione del valore di Enrico Paoli.
Quanto
alla marcia, ci facemmo tutti ottime gambe fra il '44 e
il '45,
tornando ogni giorno a piedi da Mattuglie, e non so se Abdon
Pamich sia figlio di quella temperie.
Dirò
ancora del tennis, la vela e la scherma, ove Fiume eccellé
in campo nazionale e internazionale sia prima che dopo la
fine della prima guerra.
Particolarità della cultura fiumana era che non vi esisteva
una classe particolarmente sottosviluppata, anche se, nelle
donne del popolino la credenza nei maghi e nelle streghe esisteva, ed
anche, nonostante i luoghi comuni, una eccessiva
sottomissione ai mariti.
In breve,
in Fiume ogni cultura ebbe i suoi meriti. I demeriti
provennero poi da vetustà generica dei tempi e da ignoranze
o illusioni individuali.
Persino
le religioni, che normalmente disgregano, raccolte insieme
in una piccola, ma ricca e attiva città, contribuirono a far meglio comprendere le differenze.
In Fiume,
luoghi di culto di una certa importanza storica e
architettonica avevano, oltre naturalmente i cattolici,
anche gli ebrei e i greco ortodossi (con una chiesa per uno)
e secondariamente i protestanti.
Nel 1939
ero circolino del Duomo, nella scuola di catechismo di don
Severino Scala, sotto l'autorità di don Torcoletti,
sacerdote e studioso universalmente conosciuto, autore di
libri e saggi importanti. Nella nostra mentalità di
ragazzini (vanto ancora amicizie del tempo) ci eravamo
inventati una competizione fra i due: don Severino ci
faceva giocare molto, don Torcoletti era più anziano
e, naturalmente, più serio. Quest'ultimo lo tenevamo in fama
di avaro, probabilmente perché controllava le cassette delle
elemosine e badava a che nessuno toccasse nulla.
Un giorno
accadde che una cassetta si aprì e tutte le monetine si
sparpagliarono a terra. I bambini presenti si precipitarono
a coglierle, e don Torcoletti insieme, ginocchioni e
spintoni, attento a che nessuno rubasse, in realtà,
raccoglitore anche lui.
Da allora
la fama di don Torcoletti abitudinario della "grabagna" in
mezzo ai ragazzini, rimase viva nella nostra comunità.
Per
concludere, voglio citare la conclusione di un brano di
Francesco Gottardi, letto recentemente nel mensile (dicembre
'06)"La Voce di Fiume" libera espressione di quel Comune in
esilio.
"Il
nostro modo di pensare mitteleuropeo sarebbe stato un
piccolo germe per lo sviluppo della nuova Europa unita. E'
un vero peccato che questo piccolo germe sia stato
estirpato. Dico ciò anche se per la storia non ha senso
parlare di ciò che poteva essere e non è stato".
*
*
*
Con la
fine della seconda guerra mondiale ebbe bruscamente termine
la temperie culturale che, bene o male, nonostante
l'estinzione dei grandi imperi centro-europei, si era tenuta
viva nel popolo, cultura che non si fondava sui rapporti più
o meno ufficiali fra i vari Stati, e nemmeno su particolari
filosofie condivise, ma proprio sulla capacità spontanea di
comunicare delle
singole diversità umane.
Ciò che
distrusse quella singolare combinazione di caratteri
furono gli avvenimenti storici: fu il coacervo
contraddittorio del nazionalismo croato con
l'internazionalismo comunista.
Su questo
punto ebbi forse una esperienza diversa da quella di
tutti i miei amici coetanei.
Alla
nascita ebbi la sorte di avere il padre
"pecora nera della famiglia".
Mia
madre, Vittoria Gherbaz, nata nel 1897 vantava sé stessa
vera fiumana e raccontava spesso la sua esperienza trascorsa
nel periodo ungherese. Ai suoi tempi la penetrazione
naturale della cultura italiana (non veneta) io la potevo
rivivere ascoltando le vecchie cantilene e favole che lei
aveva imparato dalle altre bambine. Si noti che mio nonno
materno era venetofono; mia nonna era invece croata,
Kopaitic' Margareta, da Buccari. Mia madre imparava pertanto
specialmente dai propri coetanei.
Una di
queste favole, che si potevano anche cantare, raccontava, in
puro italiano, l'incontro fortunato fra un cavaliere e una
giovane fanciulla che portava un secchio.
Le parole
dicevano: - "Dove vai, dove vai bella fantina?"
- Vado a prender l'acqua per bere e cucinare (ripetuto). -
Mi daresti, mi daresti, un bicchier d'acqua? - Oh
che gioia, oh che piacere, dar da bere a voi cavaliere. -
E poi
partivano insieme verso il castello di lui.
La
facoltà di lettere dell'Università di Trieste ne sa
certamente molto di più. Io cito soltanto ciò che ricordo di
avere udito.
Le favole
erano molte. Una raccontava di una pastorella - principessa,
alla quale le oche sapienti parlavano: - Glo glo, dore
perle me sa tu lo, se sapesse il fio del re, tu non
baderesti a me.
Anche
questa sul tema del riscatto sociale sognato, e anche questa
in perfetto italiano, non in veneto.
Mio
padre, "regnicolo", nativo di un paesino delle Marche, lo
stesso nel quale sono nato io, arrivò a Fiume non al seguito
di d'Annunzio, ma addirittura... da Vienna.
Ardito
nella prima guerra mondiale, visse sempre come se avesse
dovuto morire l'indomani. Guadagnò, nella sua vita, un pozzo
di soldi senza riuscire mai a risparmiare una lira.
Bravissimo artigiano, tagliatore di sartoria, a Vienna era
arrivato non so se insieme a un reparto di truppe italiane,
o se per godere di una licenza. Congedato, mise in piedi una
sartoria che, appena le cose cominciarono ad andar bene, lui
stesso rovinò mettendosi in società con un collega che
lo coinvolse in un fallimento e gli mangiò tutto.
Attratto
da Fiume, che al tempo andava per la maggiore come città di
avventurieri (mi riferisco
al 1920), avviò anche lì un lavoro da sarto. Conobbe mia
madre e la
sposò.
I
"regnicoli" italiani che si stabilirono a Fiume in quel
tempo, erano quasi tutti artigiani, piccoli lavoratori in
proprio che poi riuscirono a farsi un nome grazie alla loro
abilità. L'ingresso degli impiegati statali avvenne dopo il
1924. Niente, comunque, in paragone ai grandi commercianti e
industriali indigeni, o di vecchia provenienza
austroungarica. Il mare, infine, era quasi tutto
amministrato dalla vecchia stirpe delle persone il cui
cognome finiva in ch.
Per farla
breve, all'inizio del conflitto mio padre aveva in Fiume una
sartoria bene avviata, con una decina e più di lavoranti,
capi, apprendisti e sartine, e aveva raggiunto anche un
discreto benessere giustificato sul lavoro e sul possesso di
numerose pezze di stoffa comprate un po' alla volta e ormai
tutte di sua
proprietà. Però, non automobili, non appartamenti.
Il primo
di marzo 1945 un bombardiere alleato centrò l'albergo
Quarnero in via Garibaldi e la nostra sartoria, che gli
stava di fronte, andò in macerie, con tutte le stoffe in
fumo. La compagnia assicuratrice non pagò poiché le rate non
erano in ordine, e così accadde che nel giro di pochi
secondi da benestanti diventammo poveri, cosa che in quel
tempo accadde a molti, anche in assenza di bombardamento.
Ma non fu
questa la cosa importante.
Di
importante era accaduto che mio padre, l'"ardito" della
prima guerra, era disceso in un tale stato di depressione e
di paura dell'ignoto che lo portarono a commettere alcuni
fra i più gravi errori della sua vita.
A Fiume,
a differenza che nel resto d'Italia, solo gli illusi
aspettavano gli americani. I più si attendevano un comunismo
stretto e feroce, alla "Noi Vivi" e "Addio Kira".
Non so se
qualcuno avesse spaventato astutamente mio padre; so che
dall' estate del 1943 egli cominciò a esser convinto che una
volta entrati i comunisti in città, lui sarebbe stato
ammazzato, sia in quanto "padrone", sia a causa di una
domanda di iscrizione al partito fascista, fatta da alcuni
anni, per la quale stava aspettando risposta sperando che
mai arrivasse.
Sono personalmente convinto che stesse dando denaro a
qualcuno, però senza averne certezza.
Nella
primavera del 1944, per timore dei bombardamenti aerei
sfollammo in Abbazia soltanto per pochi mesi poiché i soldi, senza
lavoro, finirono subito.
Lì si
mise in "cospirazione antifascista" in casa di
alcuni amici conosciuti in loco, cosa che
consisteva nell'ascoltare radio Londra a basso volume.
Nonostante il poco costrutto, il rischio era
sproporzionato.
Tornammo
a Fiume nell'estate, quando i bombardamenti iniziarono
veramente. Mio padre continuò a lavorare sino al primo di
marzo dell'anno successivo, come già scritto, e questa
storia potrebbe proseguire ricominciando daccapo.
Fine della Seconda parte
Terza parte
B A S E
H O M E
SPAZIO FIUME
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