RIGO  CAMERANO

 

 

 

 

L'economia politica, così come insegnata nei testi di Carlo Marx, contiene in sè un principio contraddittorio: per un verso, solo se  completamente statalizzata produce comunismo. Le strutture di produzione devono appartenere alla collettività, cioè al popolo, ovvero allo Stato, che per conseguenza logica deve diventare necessariamente totalitario. Ciò è discusso, ma, per i teorici non sottomessi a interessi di parte, Marx lo spiega nei celebri fogli del "Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie", leggibili in italiano, in 2 volumi,  nelle edizioni de " La Nuova Italia".

Tuttavia il comunismo è anche un'etica non meno universalizzante della religione cattolica. E' il "Lavoratori di tutto il mondo unitevi", per cui é difficile creare una statalizzazione comune in più Stati se tali Stati poi rimangono indipendenti.

Stalin, che già di suo era anti-internazionalista, risolse il problema facendo dell'U.R.S.S. una specie di impero cartaginese verso il quale convogliavano le ricchezze dei popoli conquistati dall'Armata Rossa. Le esigenze di guerra avrebbero potuto giustificare anche questo, ma altrettanto i popoli nuovi, che invece avrebbero dovuto iniziare la nuova vita nel comunismo come compagni, non come sfruttati.

La Yugoslavia, dal punto di vista della capacità  di indipendenza politica era  più fortunata di tutte le altre nazioni "rosse" del centro Europa, in quanto non era stata conquistata, ma si era liberata da sola. Da questo punto di vista era molto più forte dell'Italia, che invece aveva addirittura perso la guerra, nonostante la lotta di liberazione e tutto il resto, come almeno la biografia di De Gasperi può provare.

Anche questo giocò contro di noi in quel momento.

 

 

Con la fine della guerra l'utopia comunista arrivò  in Fiume, anche con una forte capacità di seduzione, limitata però in molti all'immaginario, che tuttavia durò poco. Rimase a lungo solamente in coloro che accettarono la giustificazione degli "scopi superiori" creati dalla politica; in pratica, da coloro che accettarono di vivere il comunismo come una professione.

Da qui la differenza con l'ambiente italiano, ove esistette per lungo tempo un comunismo utopico ancora sincero, alla Peppone, bene descritto dalla penna di Giovanni Guareschi.

Da qui le incomprensioni. Ad esempio il famoso treno dei profughi cui il personale  politicizzato della stazione ferroviaria di Bologna impedì la sosta ristoratrice. Per comprendere questo episodio occorre ricordare che, nel primissimo dopoguerra, un viaggio in treno da Trieste a Venezia poteva durare due giorni.

 

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Al tempo il rapporto  esistenziale fra me e mio padre non era di completa rottura, in quanto io non rimproveravo al mio genitore le idee politiche. Le sopportavo soltanto. Ciò che gli rimproveravo era che il peggio non gli era capitato come un castigo del Cielo, ma  se l'era andato a cercare da sé.

Per ripagarlo della perdita della sartoria (che comunque gli sarebbe stata confiscata) gli fu dato lavoro in un grande laboratorio di confezione industriale nel quale in pochi mesi fu portato a un tale stato di sfruttamento da dover essere mandato in convalescenza sul monte maggiore (non saprei dire esattamente in  che punto) causa le pessime condizioni dei suoi polmoni.

Oltre a ciò, cosa che sarebbe potuta apparire anche "normale", veniva sottoposto dal personale amministrativo suo superiore a ogni genere di umiliazione indiretta.

Un giorno assistetti a una conversazione fra lui e alcuni dirigenti del personale  amministrativo che in quel luogo era quasi tutto croato. Gli raccontarono di un episodio di guerra partigiana nel quale un grosso reparto di truppe italiane "nel bosco" era stato circondato e massacrato completamente. Mi riferisco a migliaia di persone. Cosa probabilmente anche non vera, che a me recò, tuttavia, una sofferenza che ancora mi porto dentro, e certamente anche a mio padre, ma non c'é dubbio che, chi raccontava, godeva.

Come succede normalmente ai ragazzi, reagivo nuocendo a me  stesso, in primo luogo con il mio pessimo rendimento a scuola.

Era per me altro grande motivo di turbamento, ad esempio, sapere che i miei compagni stavano tutti a Brindisi, in un grande collegio multidisciplinare nel quale, magari pagando il prezzo di un po' di fame, potevano maturare e mettere a frutto le loro attitudini, aspirazioni e capacità.

 

Fra il giugno e il luglio del 1947, insieme a un amico, Giovanni Cuzzi, che in seguito andò studente al Brera, a Milano, facemmo a piedi, di notte, tutta la strada fino alla campagna di Aurisina, intenzionati a  sconfinare nel territorio di Trieste. Bloccati da una pattuglia militare yugoslava, fummo riportati a Fiume e rinchiusi nel carcere della Questura ove rimanemmo per una decina di giorni. Alla fine fummo rilasciati senza conseguenze sulla fedina penale.

Questa storia meriterebbe maggiore approfondimento, ma confesso di averne sempre parlato malvolentieri, anche con gli amici più intimi, e di scriverne, anche in questo momento, con peso.

Ricordo che, quando ci presero, ero talmente stanco, che mi addormentai per terra entro una stalla vuota e che al risveglio (era crepuscolo) non riuscivo a capire se fosse sera o mattina.

Giovanni Cuzzi, il cui comportamento, nell'occasione, fu più dignitoso del mio,  rifiutò il cibo (una scodella di broda) che io, dopo lunghe insistenze, mangiai al suo posto.

Trasferiti in un luogo con vere celle (sempre in una palazzina in campagna) vennero a trovarci alcune donne che, da fuori le sbarre, si misero a dirci che eravamo  fascisti. Noi, che effettivamente non lo eravamo, non smentivamo, né affermavamo.

Quel tour durò circa un tre giorni.

Ricordo bene le cose che mi sono rimaste impresse, ma non possiedo un riscontro preciso degli avvenimenti.

 

A Fiume ci riportarono in un camion scoperto pieno di cassette di ciliege, con un solo milite armato di mitra a farci la guardia.

Io resistetti al desiderio di chiedere una ciliegia, mentre Cuzzi nemmeno ci pensò. Il milite, invece, mangiò.

Quando arrivammo, nel carcere della Questura, ci separarono, e io mi trovai in una stanza affollata di persone fra le quali, ricordo, uno cui una donna gli s'era suicidata in casa e un'altro che aveva rubato una motocicletta.

Trovai anche il padre di un mio compagno di scuola, delle medie, il quale, diceva, aveva dato uno schiaffo a un gendarme. Dubito ancora che fosse una spia, comunque, mi diede anche buoni consigli, il primo dei quali fu che, una volta stabilita una linea di difesa, non avrei dovuto cambiarla mai.

Da noi, volevano sapere se ci fosse alle nostre spalle una qualche organizzazione che favorisse sconfinamenti, cosa che, se c'era, non era a nostra conoscenza. Per saperlo ci facevano stare in ginocchio sui ceci, per ore. Cosa inutile, che faceva anche male.

Alla fine, ce la cavammo, come ho già scritto, in una decina di giorni , e tutto finì così, salvo un episodio che adesso racconterò.

 

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Con l'inizio del 1948 cominciò a sentirsi l'effetto, nella società civile, del contrasto diplomatico, politico e culturale fra l'Unione Sovietica e la Yugoslavia. Le date ufficiali di questo iter non le ricordo, quelle vissute sulla persona, invece sì.

Mio padre, al tempo, era già disilluso da un pezzo.

Aveva iniziato con l'intento di cavarsela da pericoli che  immaginava sarebbero stati, per lui,  superiori a quelli di tutti gli altri, ma poi ci aveva creduto, e insieme a lui molti  fiumani e moltissimi altri italiani venuti non solo da Monfalcone, ma da tutte le parti d'Italia.

La nostra famiglia aveva ricevuto, già nel 1945, un appartamento grande in via Parini, con l'obbligo di accettare anche altre persone, e infatti ospitavamo due veneti, uno dei quali era il famoso partigiano "Ape", mentre nell'appartamento sotto al nostro alloggiava un gruppo più consistente di un cinque o sei, da Firenze.

A Fiume, prima ancora dei monfalconesi, di fu un ingresso di borghesia comunista proveniente da tutte le parti d'Italia.

Alla sera i fiorentini venivano a mangiare da noi. Di uno ricordo che si chiamava Panfilo Colaprete; i nomi degli altri non li ricordo.

Mia madre cucinava ciò che essi portavano in solido e, normalmente, discussioni molto animate andavano avanti sino a oltre la mezzanotte. Spesso però si giocava, a volte anche al Non Ti Arrabbiare.

Al primo piano abitava il giudice Cocco, fiumano,  allora ancora studente.

Questi "immigrati" avevano uno svantaggio rispetto ai "nostri" di oggi: fra loro non esistevano clandestini, cosa che li rendeva tutti perfettamente controllabili.

A parte i monfalconesi, quasi tutti operai cantierini, gli altri erano tutti di ascendenza borghese e non si capiva che mestiere facessero, o almeno io non lo capivo,...insegnanti, impiegati, registi teatrali... non so.

Anche per tutti costoro arrivò all'improvviso la necessità di scegliere fra Stalin e Tito, dovendo in più dimostrare la sincerità della propria scelta.

Chi rimase indeciso e ci pensò un po' più del tempo necessario si ritrovò a Goli Otolk senza sapere ne' per come ne' perché. La nostra famiglia colse l'occasione del diritto all'opzione, e grazie a ciò potemmo venirne fuori.

A me personalmente, nella primavera del 1948, capitò quest'ultima disavventura,  della quale non possiedo la minima prova, ma è tutto vero.

 

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- Mona - sosteneva il già nominato Vincenzo Bellini - si nasce, non si diventa. Non si può studiare da mona. -

Così io, da che fui lasciato libero dalla Questura, venivo spesso avvicinato da amici sconosciuti che mi lodavano e volevano sapere come fossi stato trattato. Io raccontavo dei ceci, senza sapere con precisione con chi stessi parlando.

Una volta invitarono noi studenti del Nautico nei saloni del palazzo della provincia, proprio quello dai cui balconi mia madre aveva sentito parlare Gabriele d'Annunzio. La laurea in Filosofia la presi decenni dopo, come lavoratore - studente del Consiglio Nazionale delle Ricerche.  grazie a una Legge promulgata dopo i fatti del '68. Oggi, non ho capito se si voglia ancora tornare a  tempi, precedenti quella data, intendo alle concezioni ministeriali di antica memoria.

In breve, finito il ballo, una ragazza che non avevo mai visto prima, evidentemente arrivata da sola, mi chiese di  accompagnarla a casa. Io acconsentii e, in tutta freddezza, ci incamminammo per la discesa verso il mare, e poi a destra verso la piazza Regina Elena (che già allora si chiamava altrimenti).

Arrivati in prossimità dell' "arco partigiano" costruito quasi in mezzo alla piazza,  ci si avvicinarono due giovani che, seguendoci, iniziarono a rivolgersi alla ragazza con parole pesanti.

Intuendo subito di non avere a che fare con veri teppisti, mi fermai, chiesi scusa alla ragazza e mi rivolsi ai due andando proprio da loro e parlando a bassa voce.

- Io sono stato arrestato - dissi  -  mi trovo sotto il controllo della polizia, e non posso permettermi una rissa.

I due capirono subito e divennero immediatamente benevoli;  la ragazza si indignò e decise di proseguire da sola, cose che mi convinsero che si trattava di una messa in scena predisposta e fallita.

Già nell'anno precedente, durante le vacanze di lavoro estive degli studenti del Nautico nei Cantieri Navali della città, mi era capitato di essere insultato lungamente da uno sconosciuto, senza motivo apparente, in presenza di testimoni insospettabili, i miei compagni di scuola.

Per quanto vero, questo non l'avrei scritto se non avesse una sua rilevanza nella storia, parendomi costruito. So però che chi abbia vissuto quei tempi,  in quei luoghi, scene del genere può averle  vissute.

Se fossi caduto in questi tranelli ne' io, ne' la mia famiglia avremmo potuto più utilizzare il diritto di opzione e andarcene da Fiume. Non so nemmeno se, in realtà si fosse voluto colpire mio padre.

Del resto, tutta la vicenda del Goli Otok, ove furono sottoposte per anni a sistematica bastonatura persone per la maggior parte  senza effettiva colpa giuridica, che si sarebbero potute facilmente espellere, dimostra, a parte il giudizio su Tito, che il regime comunista era già di per sé fuori dallo Stato di un Diritto Civile.

Per non parlare di coloro che, dall'Italia, avrebbero dovuto proteggere quelle persone, non foss'altro per solidarietà verso l'Unione Sovietica loro padrina. E anche il mio gatto sa che in questi casi pubblicizzare al massimo  i fatti costituisce il miglior sistema.

Queste cose, del resto, le hanno sempre fatte tutti i regimi totalitari laddove hanno potuto comandare da soli.

Ciò non significa che la libertà non abbia  bisogno anch'essa almeno di una passata con la ramazza. Ma si tratta un altro problema..

 

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In conclusione, l'8 di agosto 1948 potei uscire da Fiume per fermarmi a Trieste, ove rividi i miei cugini, essendo già morti i miei zii materni Riccardo Rack e sua moglie Gherbaz Giuseppa, sorella di mia madre. I miei genitori arrivarono dopo qualche mese e insieme ci stabilimmo provvisoriamente in Camerano ove mio padre poté ricominciare il proprio mestiere di sarto. Il Comune, tenuto dalla Democrazia Cristiana di allora, ci ospitò un paio d'anni nel proprio palazzo.

Nell'estate del 1949 ci venne a trovare Giovanni Cuzzi, che in veste di pellegrino d'arte fece anche visita a Bruno da Osimo, arrivandoci a piedi.

Cuzzi, da allora, non l'ho più visto, ed anche le ricerche  su lui, fatte di tanto in tanto, non hanno dato esito.

Quanto a Fiume, non mi è più capitata l'occasione di rivederla, forse perché non l'ho mai cercata.

Su questo punto ci sono opinioni diverse, tutte lecite, poiché è giusto che ognuno la pensi con la sua testa e che si regoli secondo la proprie esperienze.

E' anche giusto che Fiume guardi in avanti.

Purtroppo, nonno Francesco Giuseppe è morto. Papà d'Annunzio anche lui.

Io stesso sono gravemente ammalato. Il tempo non può andare all'indietro.

Amen, direbbero gli antichi romani.

 

 

Osimo, 24 aprile 2007.

 

 

 

F  I  N  E

 

 

 

B  A  S  E          H  O  M  E

 

 

SPAZIO FIUME